«Il centro storico è un disastro», dichiara Gae Aulenti, a Palermo per la presentazione del restauro di Palazzo Branciforte; «il centro storico è rinato», proclama invece sorridente e compiaciuto Diego Cammarata dai manifesti elettorali. Due giudizi divergenti a tal punto da sembrare riferiti a due diverse realtà, o viziati entrambi dal pregiudizio. Di chi, come il sindaco, è impegnato nella corsa per la riconferma e riconduce tutto alla propaganda, o di chi, come larchitetto milanese, ha probabilmente della città antica una visione di superficie, e ne conosce poco la vicenda recente e il dibattito che ne ha accompagnato il recupero. Pur facendo la tara di simili angolazioni parziali, è comunque probabile che le opposte affermazioni nascano anche da parametri differenti: meramente quantitativi quelli di Cammarata, basati cioè sul numero dei cantieri aperti, sugli immobili recuperati, sugli investimenti dei grandi gruppi alberghieri; qualitativi invece per Aulenti, intendendo con questo non soltanto il livello dei singoli restauri ma soprattutto la visione dinsieme del centro storico, la sua lettura come organismo complesso. Sotto questa angolazione, sia il giudizio negativo fortemente negativo di Aulenti che quello ovviamente positivo di Cammarata hanno le loro ragioni: ma non sono tuttavia equivalenti, e vanno semmai calati nelle questioni metodologiche e nelle scelte operative compiute negli ultimi 15 anni, dalla data di approvazione del Piano Particolareggiato Esecutivo elaborato sotto le indicazioni delle prime giunte guidate da Leoluca Orlando alla fine degli anni Ottanta. Da quando il Ppe è entrato in vigore, nel 1993, il centro storico ha visto in modo graduale ma costante una ripresa innegabile degli investimenti immobiliari, concentrati inizialmente sugli edifici di cubatura ridotta e di modesto valore architettonico, in particolare nel mandamento Monte di Pietà, e successivamente estesi (ma in modo parziale e discontinuo) ai grandi palazzi dellaristocrazia secondo operazioni anche di carattere speculativo, comera logico e forse persino necessario in una fase in cui era importante attrarre capitali e sbloccare una pluridecennale situazione di stasi. La griglia normativa del Ppe, ispirata alla filosofia del restauro conservativo, ha fissato i parametri di un recupero che doveva far fronte a una situazione di abbandono disastrata dai bombardamenti e dal terremoto del '68 e in unarea tra le più estese dEuropa. Di fatto, nei primi anni ci si è accontentanti di incentivare lapertura di nuovi cantieri e di vedere procedere il recupero frammento dopo frammento, a macchia di leopardo, lasciando coesistere fianco a fianco situazioni disparate: stecche residenziali accanto a bidonville, edifici nobiliari di fronte a macerie riassemblate e riusate alla meno peggio. Una frammentazione che sotto molti aspetti è stato il prezzo da pagare allintervento determinante dei privati. Negli ultimi anni tuttavia questo carattere di disorganicità si è ulteriormente accentuato. Soltanto in parte questo è dovuto al livello scadente di alcuni recuperi edilizi e alla assenza di una sia pur minima manutenzione ordinaria persino nei siti di maggiore importanza monumentale, invasi dalle automobili, con la pavimentazione sconnessa e le statue ridotte a portabandiera dei colori rosanero (come il povero Carlo V a piazza Bologni, pavesato ormai da anni senza che nessuno intervenga a liberarlo da drappi e bandane). Quello che manca è una prospettiva globale di recupero, capace di leggere il centro storico e la sua funzione allinterno dellintero contesto urbano, e di dare, in tal senso, delle indicazioni precise in merito alla mappa delle strutture di servizio, delle destinazioni residenziali, dei percorsi storici e delle strutture culturali. Ed è prevalsa, al contrario, la prassi di una cessione ai privati di alcuni snodi cruciali della città antica, nella illusione che il connubio tra alberghi a cinque stelle e movida giovanile possa rappresentare un volano determinante. Convinzione pericolosa, almeno quanto quella di misurare appeal e vivibilità con il solo parametro dei prezzi immobiliari, trascurando tutto il resto: il rapporto difficoltoso degli antichi mandamenti con le necessità della vita quotidiana, i problemi della viabilità, linsediamento equilibrato degli esercizi commerciali oggi in alcune zone fortemente sbilanciato in favore di pub o birrerie spesso di vita breve. A questo si aggiunge un ulteriore tassello, che forse giustifica il giudizio così perentorio di Gae Aulenti: lequivoco di un restauro conservativo che in non pochi casi è costituito nella demolizione dei ruderi e degli scheletri superstiti e nella ricostruzione in stile di palazzine ottocentesche, con intonaci tristemente uniformi pronti a macularsi ai primi acquazzoni. Una serie di falsi storici non meno posticci per il fatto che si tratta di edilizia minore, con una pratica disinvolta di rifacimenti condannata da decenni dalle teorie moderne del restauro. Eppure proprio a Palermo un inserimento esemplare di architettura moderna allinterno di un contesto antico avrebbe potuto indicare in casi simili strade diverse da seguire: è il caso del palazzo Amoroso prospiciente la piazzetta Santo Spirito, ricostruito sulle macerie del bombardato Palazzo Spuches incorporandone il portale su progetto dello Studio Bbpr. Su quella lezione - e sul ruolo possibile della architettura contemporanea e della sua lettura del testo urbano - sarebbe forse il caso di tornare a riflettere.