I documenti di programmazione economica regionale a medio e lungo termine rischiano, sovente, di inciampare in errori opposti e speculari. Da un lato vi è il rischio, dovendo prefigurare gli andamenti delleconomia in un futuro non prossimo, dunque soggetto a shock ed alea, di indulgere in un eccessivo "ecumenismo", ovvero nella velleità di occuparsi genericamente di tutto; dallaltro il tecnicismo e lambizione tecnocratica può indurre a specificare eccessivamente gli obiettivi. Come se, ad esempio, la crescita del prodotto campano, di là a sette anni, dipendesse per intero dalla politica regionale. Il documento strategico regionale per la politica di coesione del settennio 2007-2013, di recente approvato dalla giunta regionale, ha il compito di ovviare a simili rischi e di predisporre un quadro che sia metodologicamente condivisibile, socialmente accettabile e realisticamente perseguibile. E la stesura del nuovo impianto non è, di certo, facilitata dai risultati della programmazione in Campania nel periodo 2000-2006. Come onestamente gli estensori del nuovo documento ricordano, limpostazione precedente ha denotato limiti e contraddizioni dirimenti: eccessiva settorializzazione degli interventi; attenzione alle modalità di spesa più che agli obiettivi ed alle priorità da perseguire; parcellizzazione degli interventi; mancata enfasi sulla crescita delle competenze umane, specie nei ruoli chiave della pubblica amministrazione. La proliferazione di Pit, ben 51 nella regione, di Patti territoriali, di Contratti dArea è stata tale che si è assistito a zone tempestate, grazie ad interventi etichettati da differenti acronimi, di sovra-finanziamenti, mentre, al contempo, languivano le misure finalizzate alla competitività delle imprese e allattenuazione dei fenomeni di esclusione sociale. Levidenza di tali limiti è risultata talmente macroscopica, che negli ultimi tempi si è radicato un filone di pensiero ed una linea di politica economica mirante ad attenuare le potestà programmatorie degli enti locali ed a centralizzare, in nome dellefficienza e del superamento degli sprechi, la destinazione delle risorse destinate al Mezzogiorno. Dalla consapevolezza di questi rischi e di tali limiti, la cui individuazione è elemento precipuo di merito non facilmente riscontrabile in molte delle iniziative dei policy maker campani, la strategia di programmazione per gli anni a venire esplicita due orientamenti fondanti. Il primo concerne la concentrazione degli interventi su priorità strategiche definite e condivise, minimizzando il proliferare di beneficiari; il secondo la massimizzazione delle possibilità di raggiungere con successo gli obiettivi coinvolgendo, e responsabilizzando, chi con la programmazione si trova, a diverso titolo, ad avere a che fare. Enucleati i grandi obiettivi dintervento, ovvero potenziamento dellarea metropolitana di Napoli, consolidamento della rete infrastrutturale e dei trasporti lungo grandi direttrici di sviluppo, centralità delle relazioni con il Mediterraneo, si intuirà quanto le resistenze riguardino, non già la definizione, quanto il metodo di raggiungimento degli obiettivi, ovvero concentrazione e responsabilizzazione. Il principio di concentrazione, se correttamente rispettato, inficerebbe una pratica, la cui reiterazione ha teso a renderla, di fatto, norma; ci riferiamo al principio "notarile" della programmazione, in base al quale niente si nega ad alcuno: esigenze di animazione locale, fantasmi di sedicenti distretti industriali, comunità montane aspiranti al marketing territoriale, vocazioni turistiche di paesi desertificati. Tutto va finanziato; la collettività domanda, il programmatore risponde. E il principio di responsabilizzazione incute, nella pubblica amministrazione, la medesima diffidenza che gli imprenditori manifestano verso gli incentivi premiali, ovvero verso i finanziamenti concessi in base ai risultati raggiunti. Sulla salvaguardia di questi due principi si gioca la possibilità che la regione utilizzi i fondi europei per perseguire una maggiore competitività della struttura produttiva, essa sola foriera di stabile occupazione, e potenzialità di inclusione sociale meno sfiduciate di quelle attuali.