Mestieri che cambiano. Per conservare i capolavori si utilizzano strumenti moderni come il laser. Non solo doti artistiche: bisogna conoscere le nuove tecnologie Il restauro spesso è considerato territorio femminile, perché si sa, la donna è precisa e meticolosa. Ma quello del conservatore-restauratore è un mestiere di sacrifìcio, dove non bastano le doti artistiche, bisogna essere ferrati in informatica, fisica e chimica. La passione e lo studio per l'arte si devono incrociare con la sensibilità, l'archeologia e la manualità paziente di stampo artigiano. Basti pensare che per riportare agli antichi splendori il Cenacolo Vinciano, l'esperta restauratrice Pinin Brambilla è stata sui ponteggi per giorni e giorni con microscopio, garze e pennelli. Va da sé che il restauratore non deve mettere nulla di personale, ma rispettare il passato, conservando ciò che trova. Lavora in équipe con lo storico dell'arte, il chimico, biologo e il fisico, il direttore dei lavori e il progettista e oggi, grazie alle tecniche che hanno rivoluzionato la metodologia tradizionale, la sua abilità si è modificata. Usa la radiografia per analizzare gli strati della pittura, il laser per togliere gli strati di sporco, la fluorescenza a raggi ultravioletti, la riflettologia digitale a raggi infrarossi per scoprire tutti i segreti nascosti alla vista. Basta visitare il Salone del restauro, che ogni anno in questo periodo si svolge a Ferrara, per vedere le novità che appaiono sul mercato. Considerato lo sterminato patrimonio culturale che esiste al mondo, soprattutto in Italia, gli sbocchi lavorativi possono essere diversi. «Il restauratore - spiega Daniela Russo, restauratrice presso il Centro di conservazione di Venaria Reale - può lavorare come ditta privata, dipendente presso enti pubblici o privati con l'incarico di direttore dei lavori, progettista e come docente presso i corsi di restauro». La formazione passa attraverso le quattro scuole di alta formazione (si veda box), adesso in fase di stand-by, in attesa che vengano delineati i percorsi di studio quinquennali al loro interno. È stato poi da poco istituito un corso di laurea quinquennale dall'Università di Torino (si veda box), ci sono poi diversi corsi di formazione regionale. I diplomati delle scuole generalmente scelgono un lavoro individuale, aprendo una società, unendosi in cooperative o andando a lavorare anche all'estero. «I nostri allievi lavorano come imprenditori individuali interviene Marco Ciatti, direttore dell'Opificio delle pietre di Firenze, una delle scuole di alta formazione tranne una decina che, dopo un pubblico concorso, lavora all'interno dell'Opificio, occupandosi di ricerca, didattica e restauro». Quanto si guadagna? «Gli stipendi di uno statale - risponde Ciatti vanno da 1.2001.300 euro ai 1.600 circa euro di un direttore. Molti nostri allievi lavorano all'estero, in Germania, Francia e Usa, con stipendi maggiori che in Italia». Perché la conservazione e il restauro siano correttamente applicati al patrimonio artistico è richiesto un iter formativo adeguato: «Ultimamente le università hanno attivato corsi in Conservazione dei beni culturali anche all'interno delle facoltà scientifiche, per la formazione delle nuove figure di conservatore scientifico rileva Lidia Rissotto direttrice della scuola di alta formazione del restauro Venaria . Sono necessari però anche approfondimenti teorici uniti all'applicazione pratica, che si ottiene solo dopo un corso di alta specializzazione». L'accesso. Le possibili strade. Il titolo delle scuole equivale alla laurea I percorsi di accesso alla professione di restauratore sono indicati dal decreto legislativo 1562006 che ha modificato il Codice dei beniculturali (Dlgs 422004). In particolare, sono stat imodificati l'articolo 29 che definisce la qualifica di restauratore e le modalità per ottenerla, e l'articolo 182, che detta le norme transitorie. Su quest'ultimo articolo è intervenuto di recente anche il decreto «mille proroghe». L'articolo 29 stabilisce che l'esame finale nelle scuole di alta formazione per l'elenco si veda il box - ha valore di esame di Stato e che il titolo accademico rilasciato sia equiparato al diploma di laurea specialistica o magistrale. Alle scuole di alta formazione, il Dlgs 422004 affianca «centri, anche a carattere interregionale, dotati di personalità giuridica», nati da accordi fra ministero e Regioni, «anche con il concorso delle università e di altri soggetti pubblici e privati». L'articolo 182 elenca, invece, chi, in via transitoria, può acquisire la qualifica dì restauratore. Oltre a chi ha conseguito il diploma presso scuole di restauro statale, sono ammessi coloro che abbiano svolto, per almeno 8 anni, attività di restauro «direttamente e in proprio, ovvero direttamente e in rapporto di lavoro dipendente o di collaborazione coordinata e continuativa con responsabilità diretta nella gestione tecnica dell'intervento, con regolare esecuzione certificata dall'autorità preposta alla tutela dei beni» o dagli istituti centrali di restauro. Una terza categoria riguarda chi ha ottenuto un diploma biennale presso una scuola di restauro statale o regionale e abbia svolto attività di restauro per almeno due anni. Possono accedere alla qualifica di restauratore, con il superamento di una prova di idoneità, altre categorie, fra cui chi abbia sostenuto un'attività di restauro per almeno quattro anni. Il «Milleproroghe» ha prolungato al 31 dicembre di quest'anno il termine per definire le modalità della prova da parte del ministro dei Beni culturali di concerto con il ministri dell'Istruzione e dell'Università. L'articolo 182 discliplina anche la figura del collaboratore restauratore di II livello, che esce da corsi triennali delle scuole regionali. Mancano ancora i decreti attuativi dei commi 8 e 9 dell'articolo 29, che dovranno definire i requisiti affinché i centri, istituiti anche con il concorso delle università, possano considerarsi in regola per l'insegnamento del restauro. «Le scuole idoneerileva Caterina Bon, direttore dell'Icr. dovranno garantire la presenza nei laboratori di un docente per ogni cinque allievi che possano esercitarsi su opere di rilievo». La legge ha poi demandato al centro La Venaria (Torino) l'istituzione di un corso universitario sperimentale a ciclo unico. «Qui c'è un docente - fa notare Paola Assoni, responsabile comunicazione del Centro - ogni tre allievi». Scuole, associazioni ed eventi Le scuole d'alta formazione, chiamate comunemente Saf, da cui escono gli specialisti sono quattro: 1) Istituto centrale per il restauro di Roma (Icr), tel.06-4743411. Dura quattro anni e ha diverse aree di specializzazione: dipinti, lapideo (marmo, statue ecc) e metalli,ceramica e vetro. 2) Opificio delle pietre dure di Firenze (0pd), tel.O55-265111 3) Scuola per il restauro del mosaico di Ravenna, tel.0544-34424 4) Istituto centrale per la patologia del libro di Roma, tel. 06482911; e-mail: patlibrtin.it Fino all'anno scorso per accedere a queste scuole, bisognava affrontare un concorso, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, ma ora la situazione è sospesa. L'Università di Torino insieme con la Fondazione del Centro La Venaria l'anno scorso ha attivato il primo corso di laurea (cinque anni) per la formazione di restauratori dei beni culturali. I posti sono 20 e i settori di specializzazione tre, come nelle scuole di alta formazione. Sito internet: www. centroreastaurovenarìa. it Altre scuole Una scelta ulteriore è offerta dai corsi regionali che, dopo tre o quattro anni di studio, rilasciano diplomi riconosciuti dall'Unione europea. Info: www. scuolarestauro.it; www.kr.arti.beniculturali.it Associazioni www.ari-restauro.org è il sito dell' Associazione restauratori d'Italia, fondata a Firenze nel 1985 Fiera Salone del restauro, XIV edizione, 2225 marzo, Ferrara, offre al visitatore le novità dal restauro dei beni artistici al restauro archeologico, dai prodotti alle attrezzature e l'illuminotecnica per l'arte. Contatti: telefono 0516646832, e-mail: infosalonedelrestauro. it; sito www.satonedelrestauro.com La storia. Dagli studi classici al lavoro sugli affreschi «Chi va all'estero guadagna di più» Daphne De Luca è da sempre attratta dall'arte: dopo aver conseguito la maturità classica, si è iscritta all'Istituto centrale per il restauro di Roma. Trentatré anni, romana, fa parte della vecchia guardia, quando la specializzazione si divideva in due settori: è una restauratrice in dipinti murali, tela, mosaici e materiali lapidei. Come allieva, Daphne ha avuto il privilegio di lavorare alla Cappella Scrovegni a Padova e a Palazzo Farnese; da professionista a Palazzo Venezia si è occupata proprio di restaurare il soffitto dell'ufficio del ministero dei Beni Culturali. Daphne ama il suo mestiere e suggerisce a chi volesse seguire questa strada, di scegliere le scuole d'alta formazione. «Una volta terminati gli studi dice è meglio andare a lavorare presso un altro restauratore o in un laboratorio, senza trascurare l'aggiornamento professionale partecipando a convegni, congressi e leggendo riviste specializzate». Dafne ha una ditta individuale con partita Iva e, in base ai lavori, recluta collaboratori a progetto con contratti a tempo determinato. «Secondo quanto stabilisce l'Associazione dei restauratori italiani spiega De Luca il compenso dovrebbe essere di 2530 euro l'ora, ma non è possibile: ci troviamo a partecipare a gare al ribasso e quindi il compenso scende a circa 810 euro. Il nostro è un lavoro splendido, peccato sia così complicato in Italia: non ci sono abbastanza fondi a favore dell'arte. I nostri esperti in restauro sono maggiormente considerati e retribuiti all'estero: Parigi in assoluto è la meta ambita e richiesta, seguono New York, Londra ed ora si affacciano i Paesi orientali, soprattutto la Cina e l'India». La cooperativa è la strada migliore per operare per chi si affaccia al mondo del lavoro, perché l'unione fa la forza, ma ovviamente la decisione è personale: c'è chi preferisce percepire uno stipendio fisso, inserendosi in una struttura statale. «Tante donne scelgono la strada del restauro conclude Daphne , ma occorre la passione e la forza per sollevare pesi, magari in mezzo alla polvere. I ferri del mestiere sono molteplici, molti rubati alla chirurgia, come il bisturi, le garze, gli specilli o alla fisica, con le tavole a bassa pressione o il laser».