La vicenda del ritrovamento dei magnifici bronzi di Riace, il loro recupero, le delicate operazioni di restauro e oggi il giallo di altri oggetti preziosi "mancanti" Atrentacinque anni dalla sensazionale scoperta dei due Bronzi a marina di Riace emergono adesso nuovi particolari sulla vicenda legata ad uno dei rinvenimenti più importanti della storia dell'archeologia. È di qualche settimana fa la notizia diffusa dallo studioso Giuseppe Braghò in seguito alle sue ricerche nell'archivio storico di Reggio Calabria: in un documento ufficiale infatti sarebbero segnalati, al momento del ritrovamento, ben tre statue di bronzo e con essi due scudi, un elmo ed una lancia oggi dispersi. Nella questione di recente è stato coinvolto anche il Getty Museum di Malibu, ma da Los Angeles si smentisce categoricamente che la struttura museale dell'ex conservatrice, Marion True, abbia illecitamente custodito parti delle panoplie dei due guerrieri di Riace nelle proprie collezioni. In realtà sul museo americano ricadono da tempo pesanti sospetti e accuse relative all'acquisizione clandestina di numerose antichità esposte, opere trafugate dall'Italia, come la famosa Venere di Morgantina e l'atleta di Fano, e delle quali le autorità competenti richiedono l'immediata restituzione. Della vicenda si stanno adesso occupando i carabinieri del nucleo di Tutela del Patrimonio e lo stesso ministro per i Beni e le Attività culturali, Francesco Rutelli, ha sollecitato le forze dell'ordine a seguire tutte le piste legate ai circuiti di mercati clandestini internazionali. La storia dei capolavori di Riace, avvolta da enigmatici colpi di scena e misteriose scoperte a distanza di tempo non è ancora giunta al termine. I momenti del recupero dei due guerrieri bronzei sono stati descritti accuratamente nei referti dei nuclei speciali che hanno seguito l'intera operazione. Il ritrovamento casuale fu fatto da Stefano Mariottini, un sub dilettante, nello specchio di mare antistante Riace. Il 20 agosto 1972 fu salvata la statua B, mentre il giorno successivo toccò alla statua A. Durante i primi interventi di pulitura dalle concrezioni marine, eseguite dai restauratori del Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria, apparve evidente la straordinaria fattura delle due statue. Nel 1975 i Bronzi furono trasferiti nel Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica della Toscana per il restauro complessivo. Oltre alla pulizia totale delle superfici con strumenti spesso progettati appositamente, le statue furono sottoposte ad analisi radiografiche, necessarie per conoscerne la struttura interna, lo stato di conservazione e lo spessore del metallo. Le indagini portarono ad un primo esito sorprendente: il braccio destro della statua B e l'avambraccio sinistro su cui era saldato lo scudo risultarono fusi con una tecnica diversa. Probabilmente erano stati saldati in epoca successiva alla fusione di tutta la statua in sostituzione delle braccia originali, o per ovviare ad un danneggiamento sopravvenuto. Durante la meticolosa pulitura si scoprirono alcuni particolari per i quali era stato usato materiale differente dal bronzo: argento per i denti della statua A e per le ciglia d'entrambe le statue; avorio e calcare per le cornee degli occhi; rame per le labbra e per altri particolari anatomici. Nel 1979, prima di rientrare a Reggio Calabria, i Bronzi furono esposti al Museo Archeologico di Firenze e di seguito al Palazzo del Quirinale a Roma. Nel 1981, dopo lungo peregrinare, furono collocati definitivamente in una apposita sala allestita nel Museo Nazionale di Reggio Calabria dove sono visibili ancora oggi. I recenti interventi di restauro rientrarono in una operazione complessa e delicata. All'interno delle statue le terre di fusione, formate da argille e da setole animali erano ancora presenti; per mezzo di sofisticate tecnologie, attraverso delle aperture esistenti, furono asportati quindi i depositi interni. Da ognuna delle due statue furono estratti 60 kg di terra divise in 1200 unità di prelievo. È proprio grazie allo studio delle terre di fusione che gli studiosi potranno fissare con esattezza, entro qualche decennio, la datazione, l'origine e persino l'officina in cui sono stati realizzati i Bronzi di Riace. Claude Rolley, professore dell'Università di Bourgogne, ritenuto uno dei massimi studiosi dei Bronzi, intervenendo ad un convegno organizzato nel Museo Nazionale di Reggio Calabria, ha sottolineato che vengano al più presto pubblicati gli atti dell'ultimo restauro cui i Bronzi sono stati sottoposti nel 1995, su cui si è detto molto in termini di nuove conoscenze. «La tecnica di montaggio delle due statue e gli arnesi utilizzati - ha aggiunto il prof. Rolley - testimoniano che le statue non hanno alcuna comunanza di lavorazione. Uno dei due Bronzi - continua Rolley - è stato realizzato a trent'anni di distanza dall'altro e ciò lo si evince dalle abitudini artigianali del personale impiegato». Sul come le due statue siano finite nella secca di Riace, nel mare Ionio dinanzi a Punta Stilo interviene ancora, Claude Rolley: «Fino a Nerone, i romani hanno trafugato tante statue dalla Grecia. Basti ricordare - prosegue lo studioso - che nel II secolo a. C. portarono dal golfo di Ambrachia ottocento statue di bronzo. Dopo Nerone non siamo a conoscenza di altri saccheggi poiché Vespasiano aveva adottato un altro tipo di politica, mentre Adriano faceva fare delle copie a Tivoli, ma senza trafugare originali». Per quanto riguarda le due culture, molteplici sono le ipotesi che riguardano la loro paternità e la loro identificazione all'interno di un contesto monumentale. La statua A, il giovane, dovrebbe raffigurare Tideo, un feroce eroe dell'Etolia, figlio del dio Ares; la statua B, il vecchio, rappresenta invece il saggio Anfiarao, il profeta guerriero che previde l'esito disastroso della spedizione della città di Argo contro Tebe sotto le cui possenti mura egli stesso trovò la morte. La terra estratta dalle cavità interne, in occasione del secondo restauro a Firenze, fu indagata: quella del guerriero A proveniva dalla pianura di Argo, quella del guerriero B da Atene. Dallo studio si evince inoltre che le due statue furono fabbricate con la tecnica della fusione diretta, una pratica di lavorazione che esigeva precisione e accortezza da parte del "colatore". La tecnica, detta a "cera persa", consisteva nel rifinire sopra una forma in argilla già abbozzata dall'artista, l'immagine voluta per la statua usando la cera, più facile da modellare, che aveva lo spessore desiderato per il bronzo (7-8 mm per le statue di Riace). La cera veniva poi rivestita di materiale refrattario che avrebbe resistito al calore del bronzo fuso (una lega incandescente di rame e stagno), nel quale si facevano della aperture dalle quali essa poteva fuoriuscire una volta liquefatta. In questa intercapedine tra l'anima in argilla e l'involucro esterno di materiale refrattario, una volta persa la cera, si veniva a sostituire il bronzo fuso. A questo punto, raffreddatosi il metallo, la forma refrattaria veniva rimossa mentre l'anima d'argilla restava per sempre imprigionata nel bronzo. Le parti anatomiche così create (braccia, mani, busto e gambe) venivano in seguito saldate tra loro e rifinite. In base ai confronti stilistici la statua A risale al 460 a. C., in pieno periodo severo; mentre la statua B è ascrivibile al 430 a.C. nel pieno del periodo di maturazione del classicismo greco continentale. In base agli studi sono state avanzate molte ipotesi circa la paternità dei due Bronzi alcuni studiosi sostengono che il maestro della statua A (Tideo) sia Agelada di Argo, celebre per i suoi lavori dentro il santuario di Delfi verso la metà del V a.C. Per la statua B (Anfiarao) è stato di recente avanzata la tesi che il suo maestro sia Alcamene di Lemno, onorato della cittadinanza ateniese per la sua perizia scultorea. In altri studi sono sorte altre ipotesi in base alle quali la statua di Tideo sarebbe opera della cerchia di Fidia, mentre per Anfiarao la paternità è stata spostata su Policleto. Nella ricerca degli autori in realtà è stato fatto anche il nome di Pitagora di Reggio, attivo tra il 490 e il 440 a.C. autore di molte statue ricordate in Grecia e Magna Grecia, il maestro che per primo riuscì a rappresentare minutamente sia i capelli che altri particolari anatomici nella fredda materia del bronzo. Per quanto concerne l'identità delle due statue, certamente ci si trova di fronte a due opere che raffigurano divinità o eroi, perché la realizzazione di statue simili era sempre dovuta alla committenza di una città o di una comunità che intendeva così celebrare gli stessi dei o eroi locali. Riguardo alle località che anticamente possono avere ospitato il gruppo bronzeo (al di là della supposta provenienza da Taranto, Locri Epizefiri, Olimpia ed Atene) si è seguito l'indizio reale costituito da "tenoni" ancora presenti al momento del recupero in acqua, delle grappe usate originariamente, per ancorare i piedi delle statue ad una base. I calchi degli stessi, seguendo una delle ipotesi più affascinanti, sono stati individuati nei Donari del Santuario di Apollo a Delfi. Solo una ipotesi questa che privilegia certo il Santuario che nell'antichità ospitava celebri ex voto provenienti dalle comunità greche. Oggi all'interno del grande mistero che avvolge ancora questo ritrovamento, l'unica ammissibile certezza è quella di fare luce sul resto del "bottino" affondato e mai più ritrovato tra i cui diafani e impalabili contorni giace probabilmente la risposta alla creazione dei due capolavori calabresi. A settembre, o comunque entro l'anno, uscirà una graphic novel per Rizzoli, in cui il protagonista è Tancredi. E questo sarà un noir