UNA STORIA DIETRO SANREMO Visita allex manicomio di Volterra, lenorme "città della follia" oggi fatiscente che ha ispirato il libro di Simone Cristicchi Sulle pareti le incisioni lasciate in 15 anni da un paziente, unopera darte che lincuria sta rovinando Ma ora tutto sarà venduto -------------------------------------------------------------------------------- VOLTERRA - Lo guardi e non sai più se è un muro, un pezzo di vita, un disegno, un viaggio, una cartolina, un testamento, qualcosa di primitivo o qualcosa che attraversa il tempo, unenciclopedia di sentimenti, un grido che si doveva sentire. Forse è queste cose insieme. Unopera di art brut o un brano di qualche letteratura della mente. Volterra, ex centro di igiene mentale, il San Girolamo, padiglione Ferri, sezione giudiziaria. Il muro di N.O.F.4 è qui, cento metri di graffiti, studiati da neuroscienziati, psichiatri, oggetto di libri e documentari, scritto in quindici anni da un paziente del manicomio. Alcune «pagine» se ne sono andate, allagate dallumidità e da un abbandono quasi ventennale che non le ha protette dalle incursioni notturne di vandali e ladri. Quei graffiti sono una delle tappe toscane del libro «Centro di igiene mentale» scritto da Simone Cristicchi, il cantautore che ha vinto Sanremo con una canzone dedicata ai matti. Il volume, appena uscito per Mondadori, è una visita agli ex manicomi, a cominciare proprio da Volterra e dal paziente N.O.F.4. I disegni erano allesterno del padiglione del manicomio, lato giardino: «Gli altri malati giocavano a carte nei pomeriggi passati sulle panchine, i catatonici restavano immobili, Nannetti scriveva il suo muro» ricorda oggi Aldo Trafeli, 74 anni, ex infermiere. I disegni, o quel che resta di migliaia di parole e figure incise con la fibbia della divisa dei matti, stanno svanendo nella deriva di questo posto di ombre e passato, pini, lecci, inferriate a ogni finestra, vetri rotti, corridoi disabitati, porte che sbattono. «Le salveremo quelle incisioni» assicurano adesso alla Asl. Ci passeggi lungo queste pareti-testamento e ti viene da pensare che storia e che faccia ci fosse dietro a quella sigla N.O.F.4, come si firmava Nannetti Oreste Fernando (il 4 è riferito ai posti in cui è stato rinchiuso: orfanotrofio, carcere, due manicomi). Nato a Roma nel 1927, «da madre Concetta e padre ignoto», arriva al San Girolamo nel 1959, dopo essere stato arrestato per oltraggio a pubblico ufficiale e assolto nella capitale perché infermo di mente. Ci morirà a Volterra, nel 1994 in una casa famiglia. Psicotico grave, paranoico delirante, sono le diagnosi. Entra al Ferri e dopo un po comincia a scrivere. Non ha penne, non ha fogli. Prende la fibbia del panciotto e incide dentro gabbie rettangolari sullintonaco e sulla pietra nelle ore daria. «Prima disegnava il contorno di un foglio alto più di un metro e venti, poi lo riempiva» racconta Angelo Lippi, responsabile del servizio sociale della Asl. Scriveva Nannetti di se stesso, sulle pareti: «Nato a Roma, Italia, ore 23.40, rione SantAnna, moro, secco, spinaceo, alto un metro e 65, naso a ipsilon, secco, bocca stretta di materialista e spiritualista». Se gli chiedevi chi era, lui si definiva «colonnello astrale», «ingegnere astronautico minerario», «scassinatore nucleare». Parlava del muro come del suo doppio, come lavesse fatto qualcun altro: «Sono una materia vivente le immagini, hanno una temperatura e possono morire anche due volte». Scriveva di missioni nello spazio, di missili, bombe, della guerra («il passo chiodato avanza in tutta Europa senza contrasti territoriali»), fantasticava del cielo e di un nuovo calendario, di morti misteriose. Pensava soprattutto di essere uno scienziato: «Grafico metrico della mortalità ospedaliera: 10 per radiazioni magnetiche teletrasmesse, 40 per malattie varie trasmesse o provocate, 50 per odi e rancori personali provocati o trasmessi». La sua mente vagava così. «Era sempre solo, abbiamo cercato più volte di contattare i parenti anche di seconda generazione, nessuno in quarantanni è mai venuto a trovarlo» prosegue linfermiere che lha conosciuto e che in qualche modo è stato fra i più attenti custodi del murales trascrivendolo, parola per parola, quando era ancora integro. La Asl di Volterra, negli anni Ottanta pubblicò anche un libro e quando il dottor Lippi va da Nannetti per consegnargli un compenso, una sorta di risarcimento per i diritti dautore, lui caccia tutti sospettoso: «Se mi assistete voi, perdo la cittadinanza romana, non voglio i vostri soldi, mi paga la retta la Provincia di Roma» e allontanandosi a piedi somma e sottrae i numeri delle targhe delle macchine che incontra. Nella biblioteca ci sono le foto del frenocomio comera, una città autarchica, con tanto di monete "dellemarginazione" che i pazienti potevano spendere allinterno della struttura e in paese. Cera anche un allevamento di mucche, pollai, alberi da frutto, campi coltivati. «Il picco massimo di presenze è stato tra il Fascismo e la seconda guerra mondiale spiega Francesco Paolo Marchetti, responsabile della psichiatria di Volterra qui si arrivò ad avere anche 4.800 malati». Nei sotterranei della biblioteca sono custodite qualcosa come 50 mila cartelle cliniche e al piano di sopra fotografie e strumenti, reperti che sanno quasi di archeologia della medicina: camicie di forza, morsetti per lelettroshock, aspirasaliva, una vecchia impastatrice per supposte, un macchinario del 1903 per i bagni di luce: «Non cerano trattamenti farmacologici spiega Marchetti così il paziente veniva sottoposto a terapie fisiche, come le docce fredde o come questo macchinario pieno di lampadine». Tutto materiale conservato grazie ai dipendenti, agli impiegati degli uffici tecnici della Asl che ha nel cassetto il progetto di farne un museo. Un museo in cui dovrà trovare posto anche il grande muro del Nannetti, quello che sta a metà della collina, al Ferri, vicino al Maragliano (padiglione dei tubercolotici), allo Scabia e al Livi, gli altri edifici per i pazienti più tranquilli. «Lo recupereremo assicura Marchetti è unopera che va tutelata, già in passato abbiamo investito per consolidare quelle pareti». Intanto però, spiegano allAzienda sanitaria di Pisa, gran parte del manicomio (6 ettari, 100 mila metri cubi di edifici) sta per essere venduto, padiglione Ferri compreso, a un immobiliarista inglese per una cifra vicina agli otto milioni di euro. «Il manicomio ha dato da mangiare e ha fatto crescere una parte di Volterra dice Massimo Malfetti, geometra dellufficio tecnico è terribile vederlo in quello stato di abbandono, bene che qualcuno ci metta le mani per trasformarlo in qualcosa di vivo». Malfetti era entrato nelle simpatie del Nannetti, forse perché gli regalava biro e fogli. Dopo gli anni del murales infatti N.O.F.4 che viene trasferito in strutture di cura diverse dal "giudiziario", scopre la carta. «Ogni tanto gli davamo dei fogli racconta il geometra e quando finiva i disegni lui permetteva solo a me di fotocopiarli, gli originali li teneva lui in una cartellina». Se qualcun altro gli chiedeva di vederli, era capace di rispondere «sono cose private» e se ne andava via, sospettoso, impaurito da chi provava a toccarlo anche solo per stringergli la mano. Quando non cera la carta, Nannetti frugava nei cestini: «Recuperava tutti i pacchetti di sigarette, le Nazionali Esportazione e lì, scriveva con quella sua grafia, fitta fitta» ricorda Trafeli, linfermiere. La chiamava «corrispondenza via fumo», era il suo tentativo di comunicare, graffiando un muro o una carta. Quando morì, a Volterra, in una struttura ospedaliera (la legge 180 aveva già chiuso il Ferri), accanto al suo letto, aveva tre sacchi pieni di pacchetti disegnati: tutti buttati via, come molte delle lettere che scriveva a presunti parenti e mai recapitate perché il regolamento del frenocomio lo vietava. Il solitario «colonnello astrale» in mezzo alle sue astronavi, la sua sconnessa cosmografia, metalli, formule di elettricità e altre manie «scientifiche», mai si sarebbe immaginato che il suo grande muro potesse suscitare un interesse artistico e scientifico. Ha detto Aldo Trafeli, linfermiere: «Dopo tanti anni, non saprei ancora dire chi è il matto, mi guardo intorno e penso sempre che bisogna vedere da che parte si chiude il cancello».
la Repubblica
18 Marzo 2007
Un graffito di cento metri con la storia del "matto"
LA
Laura Montanari
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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