GENOVA. «Non facciamo le vergini violate. L'arte nel suo percorso storico è sempre stata un bene di consumo». Clario Di Fabio, professore di storia dell'arte all'Università di Genova, ieri si è ritrovato faccia a faccia con Filippo Lotti, amministratore delegato della casa d'aste in Italia e ad Andrea Corradino presidente di Carispe in un incontro organizzato da Ilaria Doria, associato di Sotheby's a Genova, sul tema "L'arte : una mercé come tutte le altre, una mercé diversa da tutte le altre". E ha aperto un dialogo tra istituzioni pubbliche e privati sgomberando il campo da molti equivoci. «L'idea di arte è mutata profondamente nel corso dei millenni: dapprima legata alla produzione o alla decorazione di elementi tangibili e concreti, di "oggetti", dopo la rivoluzione industriale è stata protagonista di una specie di cesura dal "prodotto". Ha cominciato a rivendicare una sua autonomia sovrastrutturale, fino a diventare, in certe espressioni, evento e comportamento». E' dunque questa l'ultima riserva dei panda, duri, puri e impermeabili al denaro? «No. Ricordo un mio viaggio a Berlino per assistere all'impacchettamento del Reichstadt da parte di Christo. Quando arrivai non avevano ancora cominciato a lavorare. Ma i negozi di souvenir erano già invasi da riproduzioni che miniaturizzavano quello che sarebbe stato il risultato. Al mercato non si sfugge. Cambiano i modi, i comportamenti». Cambiano anche i collezionisti? «Non esiste un collezionista tipo ma una grande varietà di tipologie che, per quanto riguarda il passato, comprende anche le case reali: Luigi XIV o il caso unico di Odone di Savoia, il figlio di Emanuele II che morì appena ventenne. Collezionò non tanto per crearsi un'immagine in vita ma per lasciare ai posteri un segno di sé. Intorno ai suoi lasciti, a Genova fiorì un mecenatismo che le fece conoscere un secondo siglo de oro museale. Protagonisti i duchi di Galliera, intimi degli Orléans e convinti da un infortunio politico Qa sorte di Luigi Filippo) a dirottare verso la Lanterna i loro arredi parigini». I collezionisti di oggi invidiano quelli del passato che, nella generale ignoranza (e indigenza) dissodavano un terreno vergine. «E non sanno - ribatte Filippo Lotti, amministratore delegato di Sotheby's Italia - di avere a disposizione un'offerta enormemente più vasta, grazie alle velocità di comunicazione». L'arte tra coordinate diverse di tempo e di spazio: tra le curiosità e i dubbi di chi si affaccia a questo mercato nel villaggio globale c'è anche l'apparente sproporzione tra le quotazioni dei reperti archeologici, dei manufatti che vanno dal Medioevo fino all'Ottocento, dell'arte contemporanea. I prezzi non vanno di pari passo con l'età. Filippo Lotti conferma questa impressione: «Il record mondiale assoluto per una vendita all'asta è stato realizzato da Sotheby's a New York nel 2004, con un quadro di Picasso: "Il ragazzo con la pipa" pagato 104 milioni di dollari». Prendendo in considerazione il record italiano si fa un salto all'indietro, ma di "appena" due secoli: «Si tratta di un Tiepolo, venduto a Milano nel 2006 per sei milioni di euro, dagli eredi della stessa famiglia che lo commissionò al pittore: i Sandi, avvocati veneziani». Ma il Novecento italiano sulle piazze internazionali ha quotazioni altrettanti forti? «Artisti come Morandi, De Chirico, Savinio, Fontana, Manzoni, Burri hanno avuto un grande lancio internazionale grazie alle aste italiane che Sotheby's promuove sulla piazza di Londra fin dal 1999. Sono previsti in calendario altri appuntamenti nel 2007». Perché un contemporaneo può essere più costoso di un reperto archeologico? «Una prima spiegazione (trascurando le regole di una domanda e di un'offerta più o meno influenzate dalle mode) deve tener conto delle leggi sulla circolazione dei beni archeologici. Sotheby's ad esempio ha deciso di non trattarli perché, in quanto società quotata in Borsa a New York, sarebbe obbligata a corredare ogni oggetto con tutti i passaggi di proprietà. Come monitorarli nel corso dei millenni? Va detto che tutti venditori, comunque, devono vedersela con una normativa molto complicata. E con le notifiche, armi a doppio taglio che da un lato sono un certificato di autenticità del bene, dall'altro ne limitano la circolazione». Ma l'investimento sull'arte contemporanea non è più aleatorio? E se poi l'autore non lievita come ci si aspetterebbe? «E' un rischio che i collezionisti e i mecenati hanno sempre affrontato. A Venezia, Firenze, Genova e Roma le cifre più alte si spendevano per i contemporanei. Filippo II chiamava Rubens ad affrescargli l'Escorial».