In Francia Jacques Chirac non la fa, ha il Louvre nella sua universale vastità. Il museo è la nazione, ed è anche e più dell'Unione Europea. Il Louvre è il primo museo d'Europa, così Chirac può lasciare al presidente del senato il giocattolo del Palais de Luxembourg per alcune mostre di rappresentanza che il Louvre ha, per qualche tempo, vissuto come ostili. In Italia, in assenza di un museo universale (neanche gli Uffizi lo è), il presidente della Repubblica a Roma ha dovuto attribuire al Quirinale un ruolo di supplente istituzionale proprio nel settore delle sedi per mostre. Insufficiente e inadeguato palazzo delle esposizioni, il Quirinale ha prima messo a disposizione le Scuderie e poi, anche con mostre fòrtemente emblematiche di un solo quadro, lo stesso palazzo. Cosi, mentre le prime ospitano una mostra formidabile su Durer e l'Italia, a sigillare nel modo più eloquente i legami tra il nostro Paese e la Germania, non si è trovato museo più adatto dello stesso palazzo del Quirinale, nel grande Salone dei corazzieri, per accogliere la mostra, originalmente concepita da Giorgio Napolitano, Capolavori dell'arte europea per celebrare il cinquantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma. Oggi gli stati membri, con l'Italia, sono 27, e la curiosa quanto solenne impresa di curare la mostra è toccata all'amico Louis Godart nel ruolo di consigliere culturale del presidente e di sovrintendente al patrimonio artistico del Quirinale. Un ruolo più stretto del solito questa volta, perché Godart non ha potuto scegliere le opere più emblematiche di ciascuna nazione, secondo una visione storica e una considerazione estetica, ma ha potuto soltanto coordinare le opere con diverso spirito e gusto indicate e inviate da ogni paese. Il curatore passivo diventa così un notaio che registra alcune indicazioni di formidabile pertinenza e altre assolutamente imprevedibili e capricciose. Cosi concepita la mostra non poteva che essere sbagliata e rapsodica. A partire dall'Italia. È giusto che sia Tiziano e non Michelangelo o Leonardo o Caravaggio a rappresentarci? E perché Mondrian per la grande Olanda? O il retorico Rodin per la Francia? In realtà vi sono scelte centratissime. La Grecia con una perfetta Koré del VI secolo dal museo dell'Acropoli di Atene: una scelta classica, un archetipo, un'immagine femminile, non eroica, non atletica. È l'ordine della mente da cui discende il razionalismo occidentale. Buona anche la testimone di Malta, la Fat Lady, madre terra del Terzo millennio avanti Cristo, vero punto d'origine della civiltà mediterranea. Più discutibile la scelta della Danimarca che ha inviato la stravagante Profezia su Venezia del rigido artista contemporaneo Per Kirkeby, quasi per sconfessare la morbida ispirazione neoclassica di Thorvaldsen, artista forse troppo «italiano». Ma non meno stupefacente è la scelta dei Paesi Bassi, prima nazione moderna d'Europa, di rappresentarsi con il pur ragguardevole Mondrian trascurando emblemi assoluti come Vermeer, Rembrandt o Van Gogh. Quest'ultimo più universale di ogni altro artista europeo. L'errore non è stato fatto dalla Spagna che invece ha indicato, anche se con un tenue soggetto italiano (Vista del giardino di Villa Medici), forse per omaggio all'ospite, Diego Velàzquez. La scelta impeccabile taglia la strada, generando un'altra singolare lacuna, al non meno grande spagnolo Pablo Picas-so, ignorato anche dalla patria d'adozione, la Francia, che irriconoscente gli preferisce il vacuo Auguste Rodin. E, in tal modo, nega all'Europa anche l'identità più amata nel cuore dello spirito moderno: quella testimoniata dagli impressionisti. La Gran Bretagna non sbaglia confermando il suo primato nella pittura di vedute, anche intenori, con un dipinto di William Turner. Centrate anche le scelte della Germania con un ritratto di Albrecht Durer, dell'Austria con una Donna sdraiata di Egon Schiele, della Lituania con il dittico Sonata delie stelle del mistico e simbolista M.K. Ciurlionis; della Repubblica Ceca con il busto cubista del grande scultore Otto Gutfreund. Alcune nazioni, come la Grecia e la Lituania, hanno ritenuto di doversi rappresentare con una sintesi assoluta, con una entelechia della loro identità; altre hanno sostanzialmente eluso la richiesta del presidente italiano. Ma la stessa Italia ha mancato l'obiettivo scegliendo l'opera di un grandissimo pittore ma nella sua declinazione quasi di circostanza applicandosi a un ritratto su commissione, l'Uomo dagli occhi grigi da Palazzo Pitti. Nell'ambito dell'artista indicato è stata più appropriata la scelta della Francia con l'opera più emblematica di Rodin, il Pensatore. Osservando le scelte di Italia, Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna, paesi cristianissimi, sembra evidente che tra i valori europei non appare né preponderante né determinante (fanno eccezione Cipro, la Romania e il Belgio, con un notevole Compianto di Anton van Dyck) la tradizione cristiana, in una specie di incontenibile cupio dissolvi che porta a rappresentare i cristianissimi Dürer e Tiziano con due ritratti, Velazquez con una veduta. Perfino la Polonia si presenta con una tela di Jan Matejko che celebra La costituzione del 3 maggio 1791- Un modesto quadro di significato rigorosamente civile; e il cristianissimo Portogallo si compiace dell'astrattista Amadeo de Souza-Cardoso. Così come si presenta, la mostra affossa il desiderio di Papa Wojtyla prima e di Papa Ratzinger ora di inserire nel preambolo della costituzione europea il riferimento alle radici cristiane. Inutile dire che il Quirinale fu dimora dei papi e il Salone dei corazzieri, affrescato da Agostino Tassi, Giovanni Lanfranco e Carlo Saraceni, fu la sala delle udienze voluta da Papa Paolo V. E d'altra parte il presidente nella sua «lectio magistralis» all'Università di Madrid non ha mostrato di voler risalire al più alto magistero storiografico italiano, quello di Benedetto Croce («Non possiamo non dirci cristiani»). Le indicazioni di Napolitano restano infatti evasive e generiche, come d'altra parte la debole reazione alle continue aggressioni al Papa e alla Chiesa cattolica: «II richiamo alla storia e all'idea d'Europa, ai suoi caratteri costitutivi e al suo profilo unitario, resta essenziale per rafforzare l'autocoscienza europea, per dare consapevolezza del fondamento ideale su cui è appoggiata nel nostro tempo l'impresa della graduale unificazione dell'Europa». Tutte quelle cattedrali, quegli affreschi di Giotto, di Michelangelo, l'altare di Grünewald, il Caravaggio, Bernini... tutto inutile. Ci fosse almeno la Ronda di notte di Rembrandt! Ma il «profilo unitario» di cui parla Napolitano ha le linee astratte di Mondrian, nient'altro che una pura geometria, una somma aritmetica. Proprio così: Composizione con griglia a tre: composizione romboidale.
Panorama
16 Marzo 2007
✓ Entità verificate
Europa. Una mostra senza radici
VI
Vittorio Sgarbi
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