Bari. Sorpresa: per la prima volta, l'anno scorso, il pubblico dei teatri ha superato quello degli eventi sportivi; 13 milioni e mezzo, contro 12 e 700 mila. Ma, e questa invece non è una sorpresa, alla Cultura, negli ultimi cinque anni, lo Stato ha ridotto sempre più le risorse: nel 2002, rappresentavano lo 0,35 per cento del bilancio statale (sempre poca cosa di fronte all' 1 per cento, ad esempio, di Francia o Spagna), ma l'anno scorso, si sono ristrette fino a costituirne lo 0,29; una quota simile a quella, assai vituperata, degli Anni 70. Più e meglio fanno gli enti locali: certi Comuni arrivano a stanziare fino all'8 per cento del proprio bilancio, sempre alla Cultura, cui, in media, destinano il 3,40 per cento delle loro spese; e se Roma, con un 4 per cento, nel 2005 era la quinta tra le grandi città italiane (nell'ordine, dopo Firenze, Torino, Bologna e Venezia), ora si ritrova al secondo posto, sopravanzata solo dal capoluogo piemontese; mentre unicamente un velo pietoso si può stendere sulle percentuali che, ancora alla cultura, riserva l'ex "capitale morale" del Paese, la tanto decaduta Milano. Di gran lunga più virtuose dello Stato centrale anche le Province e le Regioni; queste ultime, tutte assieme, nel 2005 hanno speso 1.611 milioni, e, nell'ordine, le più "brave" sono state Sardegna, Val d'Aosta e Friuli-Venezia Giulia, seguite da Campania e Sicilia. Il Lazio è lontano (lo 0,6 per cento, contro il 2,1 dei sardi); e il Veneto (appena lo 0,2) tra le ultime in classifica. Nel 2006, infine, ben sette milioni di persone hanno visitato mostre temporanee, e l'affluenza del pubblico alle esposizioni è cresciuta del 42,2 per cento. Sono alcuni dei dati elaborati da Federculture per il suo IV appuntamento biennale con gli assessori alla cultura ed al turismo, in una "tre giorni" di lavoro aperta da Fausto Bertinotti, presidente della Camera, e dal vicepremier e ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli. Perché, dopo anni d'appannamento, la cultura, come anche il paesaggio, sembrano tornare un argomento "forte". Anche perché, dice Bertinotti, «la cultura sposta e muta i confini; va contro le omologazioni e le mortificazioni; è elemento fondante di una nuova economia»; mentre Rutelli, applauditissimo quando promette per il 2009 il recupero del Teatro Petruzzelli anche come «riscatto civile per la città», spiega che per il paesaggio «occorre puntare a uno sviluppo di qualità, che tenga conto anche della qualità della tutela», e su questo propone una collaborazione tra Stato e Comuni, che Leonardo Domenici, il sindaco di Firenze che presiede l'associazione dei Comuni, è pronto a sottoscrivere. Certo, non tutto è così idilliaco: Veneto e Lombardia hanno fatto ricorso alla Corte costituzionale, perché !o Stato non si dovrebbe occupare di turismo; le diatribe e «le contese alla Secchia rapita», quella disputata tra Modena e Bologna, «spesso si sprecano», continua il Ministro, che invece propugna «una competizione virtuosa», giacché «l'anonima e spesso anche disastrosa cementificazione del territorio è la battaglia che bisogna vincere, per il futuro de! nostro Paese». Tanti gli argomenti sul tappeto: spesso, ricorre la parola «defiscalizzazione», specie per i privati che investono nei Beni culturali, o ad essi donano delle risorse che davvero sono indispensabili. Anche perché, nell'"Italia delle cento città", i musei locali sono assai più numerosi di quelli statali, e spesso non sanno come tirare avanti: per non dire poi delle emergenze monumentali, o storico-artisti-che, magari in città meno famose che quelle del "triangolo delle bermude" (e, in estate, dei bermuda), dove s'infila la gran parte del turismo, che hanno bisogno di tutela e restauri. A proposito: negli ultimi tre anni, le 10 province con maggior offerta culturale hanno registrato, nel turismo, un 18 per cento d'incremento medio: quello che si ispira alla cultura è l'unico a non conoscere recessioni. Del resto, da secoli, e lo sanno tutti, il nostro è il "bel Paese"; e nemmeno le troppe "distrazioni" sono riuscite (per ora) a rovinarlo.