Sarà un autunno difficile, e non solo per la crisi economica o per via delle pensioni, ma forse anche per i Beni culturali. No, non semplicemente perché li stanno cartolarizzando, cioè vendendo, e rapidamente, ma perché si potrebbe distruggere un sistema unitario che il mondo ci invidia. I partiti sono due. Da una parte chi pensa che siano le Regioni, i Comuni, le Province, cioè gli enti locali a dover prendere in mano i Beni, da organizzare e, ovviamente, sfruttare economicamente. Dall'altra coloro che invece percepiscono la necessità di una gestione unitaria di tutto quello che rappresenta la nostra civiltà. Due idee compatibili? Per capire facciamo un poco di storia. Oltre una generazione fa sono nati i primi Istituti regionali per Beni culturali, la cui attività era coordinata e distinta rispetto alle strutture centrali e periferiche dello Stato, ma poi sono intervenuti altri fatti. Il più rilevante la creazione di alcune Regioni autonome che ha comportato il trasferimento alle amministrazioni locali dei Beni, la formazione settoriale del personale, e ha condotto a una gestione alquanto periclitante della tutela. Ecco dunque il vero problema: è possibile gestire, all'interno di una dimensione regionale, il patrimonio dei Beni culturali italiani? Certo, l'Italia è quella delle cento città, delle migliaia di Comuni, delle enormi differenze concentrate in uno spazio anche ristretto, ma l'Italia è anche il luogo degli intrecci culturali, è il luogo degli incontri continui fra artefici «stranieri», è il luogo dove le competenze di chi analizza il patrimonio e lo custodisce non possono mai essere locali, e neppure solo regionali. L'Italia ha creato, oltre un secolo fa, grazie a Corrado Ricci e ad Adolfo Venturi, l'uno con l'organizzazione delle Soprintendenze, l'altro con la sua Storia dell'Arte, e poi con Giulio Carlo Argan, con Cesare Brandi, con Carlo Ludovico Ragghianti, con Ranuccio Bianchi Bandinelli un sistema culturale nuovo, rivoluzionario, centralizzato ma articolato sul territorio, attento alla tutela ma insieme alla formazione degli specialisti. Un sistema felicemente potenziato nel secondo dopoguerra. L'Italia ha inoltre creato alcune strutture, come l'Istituto centrale del restauro che, dagli anni '30 in avanti, è alla guida della formazione dei modelli della tutela e conservazione in Europa e nel mondo, ed ha organizzato tipologie di catalogazione, di formazione degli specialisti, di organizzazione museale che non hanno l'eguale in Occidente. L'Italia ha soprattutto organizzato un sistema di strutture espositive permanenti e temporanee dell'arte, specializzate dall'antichità al mondo moderno, cui corrisponde un criterio unitario di gestione, un altissimo livello formativo del personale e, naturalmente, una visione coerente, storicamente giustificata della nostra civiltà come sistema. Certo nella nostra cultura esistono esperienze cittadine o regionali ma, dall'unità paleocristiana alle grandi strade dei pellegrinaggi medievali, dalla civiltà mediterranea dei diversi rinascimenti, ai grandi scambi della civiltà barocca delle capitali, tutto parla dì una grandiosa cultura globale. Ebbene, di fronte a questa realtà, come pensare di lasciare l'organizzazione della tutela, la programmazione della fruizione, la formazione del personale scientifico all'ambito locale? Ricordiamocelo: la distruzione del paesaggio e di quasi tutto il tessuto urbano delle nostre città si deve, in grandissima parte, all'incapacità gestionale, o peggio, delle singole amministrazioni locali: che cosa possiamo aspettarci in futuro se i funzionari preposti alla tutela saranno dei loro diretti dipendenti? Cosa potrebbero opporre, quei poveretti, a richieste di ulteriori cessioni di edifici di interesse storico artistico in città o fuori, e che cosa alla richiesta di vendere opere d'arte, magari quelle collocate nei depositi che, ricordiamolo, qualche imbecille ripropone furbescamente ad ogni piè sospinto? E come si opporrebbero alla rimozione dei vincoli esistenti per edifici di interesse storico-artistico? E' tempo insomma di porre dei limiti precisi, serve una legge che mantenga allo Stato la tutela dei beni, la formazione dei funzionari, la programmazione dei modelli globali della gestione mantenendo il sistema attuale dei vincoli e potenziando l'insieme eccezionale dei nostri musei e gallerie nazionali.
Il patrimonio d'arte non può essere delle Regioni
L'autunno sarà difficile per l'Italia, non solo a causa della crisi economica e delle pensioni, ma anche per i Beni culturali. I partiti sono divisi su come gestire questi beni: alcuni pensano che le Regioni, i Comuni e le Province debbano prendere in mano la gestione, mentre altri ritengono che sia necessario una gestione unitaria. La storia ha visto la creazione di Istituti regionali per Beni culturali, ma poi sono intervenuti altri fatti che hanno portato a una gestione periclitante della tutela. L'Italia è un paese con una grande diversità culturale e artistica, e la gestione dei Beni culturali non può essere locali o regionali.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo