Il dialogo tra memoria storica e nuovi linguaggi dell'arte può costituire un codice di lettura non soltanto utile alla comprensione, ma anche, se ben gestito e lontano dalle mode, la via maestra per ricomporre una chiara identità mediterranea anche nella contemporaneità In questa luce merita attenzione il progetto triennale curato da Achille Borato Oliva negli spazi della trecentesca Certosa di San Lorenzo a Padula, il più grande complesso monumentale dell'Italia meridionale. «Le opere e i giorni», titolo preso in prestito dal poema di Esiodo, trasforma le medioevali celle dei monaci in laboratori dove artisti di diversa estrazione e linguaggio sperimentano la creazione artistica all'interno di un percorso in cui la vita monastica e i temi strettamente riferiti al luogo condizionano le opere a un'inevitabile riflessione. Il curatore ha scelto per le tre edizioni sottotitoli che si ispirano proprio al modello di vita monastica e alla filosofia del Medio Evo. Nel 2002 è stato il Verbo, quest'anno il Precetto, nel 2004 sarà la Vanitas. Il tema del Precetto scaturisce dal principio stesso di regola monastica che, applicato a un mondo apparentemente senza regole come quello dell'arte contemporanea, offre una chiave di interpretazione interessante soprattutto nella logica dell'opera «in situ», in questo caso rigorosamente scandita dagli immutabili criteri spaziali della Certosa. «La Regola è anche il perimetro entro cui il processo creativo produce l'opera dell'artista: regola e precetto diventano cosi i cardini ineluttabili per accedere a una visione del mondo spirituale ed artistica», dice Bonito Oliva, reduce da un'operazione simile per metodologia effettuata alla Fortezza del Belvedere a Firenze. A Padula, nel monastero diretto da Maria Giovanna Sessa, che al termine del ciclo la Regione Campania trasformerà in museo d'arte contemporanea, si avvicendano ogni anno una trentina di artisti che il curatore sceglie tra autori di indubbia garanzia. La rosa è varia e apparentemente politically correct ma mai casuale dal momento che si tratta o di artisti già «utilizzati» per progetti di successo (dai transavanguardisti Ghia e Paladino, ai «metropolitani» Betty Bee, Mimmo Jodice, Mario Airò, Perino Vele) o di certa infallibilità per progetti site specific come nei casi di Hidetoshi Nagasawa, Jan Fabre o Michelangelo Pistoletto. L'edizione di quest'anno ha introdotto tra le novità la permanenza nelle celle delle opere degli artisti del 2002, la sezione dedicata al paesaggio («Ortus artis») con interventi contemporanei in orti e giardini della Certosa, e l'apertura agli artisti di alcune celle che custodivano opere storielle. Interessante nell'austerità del luogo, la formula dell'«art in progress», ovvero la permanenza nelle celle di artisti di diverse discipline, dove per un mese intero hanno potuto sviluppare opere e progetti interattivi destinati a quegli spazi. Tra gli interventi di maggiore intensità lirica ricordiamo Passi di Alfredo Pirri, installazione che rielabora il percorso di riflessione dei monaci nel chiostro, e Omertà di Betty Bee che apre le porte della trasgressione imprigionata e protetta dalle celle.