Le scuole di pensiero sono due. C'è chi sostiene che Venezia non possa farcela - dalle acque alte così come dall'invasione dei turisti - senza finanziamenti pubblici. E c'è chi invece ritiene che allo Stato si debbano affiancare sempre di più i contributi dei privati. Quelle sponsorizzazioni, cioè, che il sindaco della città lagunare, Massimo Cacciari è tornato a invocare anche recentemente per poter rifare il ponte dell'Accademia. Dieci anni fa, probabilmente, la caccia allo sponsor sarebbe stata inimmaginabile. Adesso non passa giorno che Cacciari non batta cassa. L'ha pure pubblicamente confessato, parlando di turisti (tanti) e risorse pubbliche (poche), davanti al vicepremier Francesco Rutelli: «Non credo che questo sia il compito di un sindaco, ma la verità è che da un anno e mezzo io sto cercando sponsorizzazioni». E quando le trova, Cacciari, notoriamente poco incline a paparazzate e mondanità, sfodera i suoi migliori quanto rari sorrisi, presentandosi ai gala di Hermès (finanziatore della pulitura delle copie dei cavalli di bronzo delia basilica di San Marco) e ai banchetti di Bulgari (sponsor del recupero della Scala d'oro di Palazzo Ducale). Dunque: è ai privati che l'amministrazione comunale deve rivolgersi per far fronte ai costi di manutenzione e conservazione di una città particolare e delicata come Venezia? Sono i Bill Gates che servono per rifare il ponte dell'Accademia? E com'è che fino a ieri dei privati» non c'era bisogno? Quand'è che si è creato lo spartiacque? Ancora due le correnti di pensiero: c'è chi sostiene che la colpa sia del Mose, l'intervento di difesa alle bocche di porto che dal 2002 ha di fatto "succhiato" tutte le risorse pubbliche della legge speciale; e chi ritiene, pur con differenti motivazioni, che il Mose non c'entri niente. Prendiamo Renato Brunetta e Renata Codello. Sia l'eurodeputato di Forza Italia (già candidato sindaco di Venezia nel 2000) che la soprintendente per i Beni architettonici, per il paesaggio e per il patrimonio storico, artistico ed etno-antropologico di Venezia e della laguna, non prendono di mira le dighe mobili. Brunetta perché il Mose, dice, è comunque un'opera pubblica. Codello perché la Soprintendenza non ha mai avuto fondi dalla legge speciale. La differenza è che mentre l'esponente azzurro considera la ricerca di sponsor un «disperatismo pragmatico», alla soprintendente Codello non dà minimamente fastidio la ricerca di contributi privati. Tutt'altro, E per i seguenti motivi: l'idea di "bene culturale" negli ultimi dieci anni è mutata, è diventata più estesa, pure i vincoli sono aumentati. E' cambiata la nozione di bene culturale ed è cresciuta la consapevolezza che questi beni debbano essere conservati, curati, manutenuti non una volta ogni mezzo secolo ma costantemente. Con un risultato immediato: servono più soidi. Ma - avverte Codello - indipendentemente dai tagli della legge speciale e dal Mose che ha drenato i fondi pubblici. E il fatto che i privati si interessino sempre di più a progetti di restauro e conservazione, magari anche con un cartello pubblicitario, non va demonizzato: per l'impresa è una «ricaduta etica», per la collettività è comunque un vantaggio. Certo, quello che oggi può sembrare un mero scambio - il privato mette i soldi e il suo nome campeggia sugli striscioni va governato. «Il punto - dice la soprintendente di Venezia - è come governare questi fenomeni, come attivare un circolo virtuoso di mantenimento dei beni culturali che non sia solo mirato al profitto». Del resto, è stato lo stesso Codice dei Beni culturali a introdurre per la prima volta il termine "sponsor". «Mi piacerebbe - dice Renata Codello - che ci fosse una cultura del contributo al mantenimento dei beni culturali più estesa, oggi abbiamo proposte sporadiche». Così come sempre più frammentati sono i fondi pubblici: l'8 per mille si disperde in mille rivoli, le entrate dalle giocate del Lotto non sono più unicamente destinate ai beni culturali. Ecco perché, dice Codello, gli sponsor non vanno demonizzati. Renato Brunetta non li demonizza, ma li stronca: «Cercare sponsor è da disperati». Ne ha altrettanto per il marchio di Venezia, quel leone stilizzato firmato Philip Starck "venduto" da Ca' Farsetti per far cassetta. Brunetta non ha dubbi: «L'unica possibilità per Venezia è costituita dai fondi pubblici, senza la finanza pubblica Venezia verserebbe in una condizione ancora peggiore». Certo, non è stato sempre così: quando la città aveva una solida base economica» poteva farcela da sola. Ma erano i tempi in cui Venezia era la Serenissima, erano i tempi in cui l'ex Repubblica era il crocevia della via della seta e della via delle spezie, aveva - sottolinea Brunetta - una base economica funzionale alla sua specialità di laguna artificiale, salvata dall'interramento con la deviazione dei fiumi e dal mare con la costruzione dei murazzi. Solo che, finito il monopolio di Venezia in questo crocevia di traffici, la base economica si è degradata ed è iniziato il declino. Fallito anche il modello Volpi - Porto Marghera, il Palazzo del cinema al lido - Venezia ha potuto contare solo sul sostegno dello Stato con la legislazione speciale. Prospettive? Per Brunetta non ce ne sono, se non un cambio radicale della base economica che però «non è all'orizzonte». «Per poter contare sulle proprie forze, Venezia avrebbe bisogno di una specializzazione economica come ai tempi della Serenissima. Peccato che si siano persi un bel po' di treni: l'Expo, la cultura, la finanza. Io se nel 2000 fossi stato eletto sindaco avrei realizzato il "Quadrifoglio", il progetto per quattro operazioni infrastrutturali - smantellamento e rilancio di Porto Marghera, Passante, Mose, Sublagunare - in grado di garantire una crescita alla città. È andata come è andata e i risultati sono evidenti. Venezia può sopravvivere senza finanziamenti pubblici? La risposta è no. Possono bastare le sponsorizzazioni? La risposta è ancora no». Volenti o nolenti, è agli sponsor però che il Comune guarda. «Dieci anni fa il ponte dell'Accademia l'avremmo rifatto con i fondi della legge speciale, ora speriamo in Bil Gates», dice Michele Vianello, il vice del sindaco Cacciari nonché assessore alla Legge speciale. Sicuro che con i fondi per la salvaguardia ci si sarebbe arrangiati? Anche Vianello dà una data, diversa però da quella indicata da Brunetta: per il vice-sindaco diessino lo spartiacque è il 2002, quando il governo Berlusconi «concentrò tutte le risorse disponibili sul Mose, negando nei fatti la complessa sistematicità degli interventi di salvaguardia e privando la città delle risorse necessarie per la sua manutenzione». Il meccanismo del doppio binario - cioè finanziamenti autonomi e separati per il Mose e per la legge speciale - è stato ripristinato dal Governo Prodi con la Finanziaria 2007, anche se rispetto al passato sembrano "briciole": 85 milioni di euro ancora da ripartire tra i vari enti. Per intenderci: Venezia si aspetta 30 milioni di euro, perché sotto quella cifra Insula, cioè la società di manutenzione urbana, chiuderebbe i battenti. E parte degli 85 milioni dovrà andare al Magistrato alle acque, il cui presidente, Maria Giovanna Piva, su un punto concorda pienamente con Cacciari: il fatto di non aver avuto un centesimo dal 2002 «né in conto capitale né in limite di impegno»: «Fino al 2002 come Magistrato alle acque ricevevamo di fondi speciali circa 100 miliardi di vecchie lire da destinare alle opere diffuse, dal 2002 non abbiamo più avuto nulla. Tre anni di totale assenza. Quest'anno aspettiamo la ripartizione degli 85 milioni di euro che saranno in conto capitale». Situazione difficile? La presidente del Magistrato alle acque annuisce: «Fatichiamo a completare opere iniziate, nuovi interventi non possiamo cominciarli». Sponsor? La dottoressa Piva scuote la testa: il suo ente, diretta emanazione del ministero dei Lavori pubblici, non può contare su contributi privati. Semmai su interventi in project financing, ma quale azienda metterebbe del suo per rialzare una riva? La realtà è che si faticano a trovare sponsor anche per i cartelli pubblicitari dei restauri. Così dice monsignor Antonio Meneguolo che, dalla Curia, non nasconde di essere pronto a mettere un banner in piazzetta dei Leoncini se qualcuno fosse interessato. Monsignor Meneguolo è convinto: «Il contributo dello Stato non è sufficiente, ben vengano tutte le risorse possibili per Venezia». Occhio, il prelato ne ha anche per il Mose: «Venezia è una città speciale ma la sua specialità non può essere ridotta alle dighe mobili: non si salvaguarda Venezia solo con il Mose. Per mantenere viva Venezia bisogna intervenire sull'edilizia, sui servizi, certo anche sui patronati».
Il Gazzettino
12 Marzo 2007
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Povera Venezia, i soldi non bastano più
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