Le critiche anche strumentali di questi mesi hanno seppellito il senso di un progetto la cui importanza dal punto di vista dello sviluppo culturale, sociale e anche turistico della regione è innegabile. Il vero significato del progetto era quello di sperimentare sistemi integrati di valorizzazione concorrente fra lo Stato e la Regione che, attraverso un' efficace utilizzazione di tutte le risorse umane, economiche e materiali disponibili, migliorassero l' accessibilità, la fruizione e la conoscenza dei circuiti culturali campani "periferici" rispetto alle più frequentate mete turistiche dei grandi musei napoletani e delle aree monumentali di Pompei e della Reggia di Caserta. Su questi attrattori si erano già concentrati gli ingenti investimenti del Por Campania destinati agli interventi di recupero e di restauro. Una volta terminati questi, l' offerta culturale, di gran lunga ampliata, sarebbe dovuta essere gestita con più elevati standard qualitativi che solo attraverso la collaborazione fra lo Stato, la Regione e i privati sarebbe stato possibile garantire. E di questo si tratta: non di trasferimenti di siti culturali, non di rinuncia da parte dello Stato delle proprie competenze, bensì di una integrazione, di un complemento delle funzioni attuali svolte dalle soprintendenze territoriali con nuove funzioni di supporto alla fruizione, di promozione, di marketing territoriale, di servizi ausiliari già oggi in gran parte esternalizzati ma in modo frammentario, e dell' impostazione di un' organizzazione complessiva di tipo imprenditoriale, efficace ed efficiente. Questo modello non è solo la risposta alla mancanza di risorse economiche o umane dello Stato, perché non può essere ridotto a una mera valutazione economica di quanti soldi ci mette la Regione, quanto risparmia lo Stato o quanti pochi sono i custodi statali attualmente disponibili. Questo modello scaturisce piuttosto dall' urgente bisogno in questo settore e ancora di più per i beni culturali del Mezzogiorno, di fare sistema, di rinnovare, di creare sinergie fra i diversi attori, lo Stato, gli enti locali, i privati, finalizzate a una forma più efficiente e cooperativa di gestione di cui possano beneficiare tutte le risorse culturali del territorio e alla quale possano relazionarsi anche le offerte di infrastrutture e servizi turistici locali. L' importanza culturale del progetto consiste anche nel fatto che per la prima volta in Italia la soluzione individuata riguardava interi circuiti culturali e non solo i luoghi più noti: i Campi Flegrei, ad esempio, che, essendo un museo diffuso, non può essere gestito con gli strumenti tradizionali, come non potrà essere fruito nelle modalità tradizionali, ma attraverso itinerari a tema, aperture periodiche, una programmazione stagionale di eventi, attività didattiche, animazioni. Questo modello ha non solo tante ragioni politiche, economiche e culturali per essere condiviso, ma è anche totalmente in linea con le disposizioni del Nuovo Codice e la normativa comunitaria. Infatti l' accordo di programma, tra ministero Beni culturali e Regione Campania, che dovrebbe dare avvio al progetto, si configura non come un trasferimento di beni, ma come un' ampia intesa su alcune linee di cooperazione finalizzate a creare percorsi unitari di valorizzazione, realizzare servizi di rete, sul modello della Campania Artecard, che da anni è un progetto pilota nel settore, e infine anche sistemi integrati di valorizzazione proprio come previsto all' art.112 del Codice. I singoli piani di sviluppo territoriale avrebbero poi, caso per caso, definito le modalità di gestione, indicandone anche i livelli di qualità da perseguire e le funzioni complementari di cui la Regione in piena sinergia si sarebbe fatta carico. Amministratore delegato Scabec