Si fa presto a dire fogna quando invece in quella galleria che si percorre, quattro metri sotto terra, c'è una vera e propria miniera scientifico-archeologica. Là dentro c'è di tutto e di più: quel budello che si sviluppa sotto il V cardo dell'Insula Orientalis II, a Ercolano, alto tre metri e largo ottanta centimetri, in realtà è una ben costruita fossa settica, realizzata dagli ingegneri romani con tutti crismi della legalità. Chiusa all'inizio e alla fine, accoglieva i liquami che piovevano dalle latrine degli appartamenti posti lungo la via. La pendenza che la caratterizzava permetteva di convogliare rifiuti e deiezioni in un punto ben preciso. Allorché l'ambiente-vasca di raccolta si riempiva, intervenivano i putearii, i manutentori dei pozzi neri di 2000 anni fa e ripulivano il tutto ripristinandone la funzionalità. Di più. Chi l'aveva progettata aveva pensato anche a come bloccare il fetore che inevitabilmente si sarebbe fatto sentire nelle case e nella stessa strada. Per questo aveva collegato il condotto con lo scarico delle acque della vicina fontana dell'Idra di bronzo in maniera che il liquido, scorrendo, formasse una barriera alta pochi centimetri e tuttavia in grado di bloccare i gas maleodoranti sviluppati. Insomma aveva applicato in grande e 2000 anni prima il principio del water con sifone. Ancora, quell'acqua non stagnava. Favorita dalla leggera pendenza circolava nel budello e rientrava negli scarichi della fontana, non trasportando però le parti solide. Ed è stata proprio questa sua caratteristica che ha fatto diventare la condotta una miniera scientifica. Nella melma indurita, gli archeologi dell'«Herculaneum Conservation Project», sostenuto dal Packard Humanities Institute e sotto la supervisione di Maria Paola Guidobaldi direttore del sito Ercolanese per la Soprintendenza di Pompei, stanno recuperando vasi di bronzo, anelli, monete, anfore, lucerne, residui di cibo, aculei di riccio, lische di pesci, gusci d'uovo, noccioli d'oliva. «Elementi assolutamente straordinari e capaci di disegnare uno spaccato quanto mai significativo della vita di Ercolano nell'immediatezza della catastrofe. - spiega Domenico Camardo, l'archeologo dell'Hcp che ne sta curando il recupero - Ad esempio sono state individuate delle larve di grano, prodotte appunto dalle granaglie guaste, che erano state ingerite con il cibo e poi espulse per vie naturali». Insomma, c'è un intero ciclo vitale, una sorta di immediatamente prima che riappare a distanza di venti secoli: nel volgere di un giorno o poco più, chi aveva mangiato il grano guasto panificato, dopo averne espulsi i residui, è stato ucciso dai gas dell'eruzione e forse è stato rinvenuto sotto forma di scheletro nei fornici della marina, cento metri più in basso. Tutti quei residui vengono via via conservati in sacchetti; li analizzerà Mark Robinson, responsabile del Museo di storia Naturale all'Università inglese di Oxford e uno dei massimi esperti sull'analisi dei materiali organici. Alla fine, quando le indagini saranno completate, i risultati consentiranno di conoscere, con assoluta precisione, non solo le specie alimentari (peraltro già note) che entravano nella dieta di 2000 anni fa ma addirittura di calcolare le percentuali delle varietà consumate e le malattie che affliggevano gli ercolanesi. «Analizzando i residui di una latrina - racconta Camardo - i biologi hanno scoperto una folta colonia di globuli bianchi, sintomo di una grave infezione in atto in quell'organismo». Dati non da poco per la città da sempre, a torto, considerata la gemella sfortunata» di Pompei.