ROMA La Corte dei Conti boccia senza appello la cartolarizzazione degli alloggi che fanno capo al ministero della Difesa. Operazione che il ministero dell'Economia aveva già tentato senza successo per l'opposizione di Alleanza nazionale in Parlamento, ma che secondo il sottosegretario con la delega per le cartolarizzazioni, Maria Teresa Armosino, verrà riproposta al primo Consiglio dei ministri di settembre allo scopo di rimpinguare le casse dello Stato. «L'operazione di cartolarizzazione degli immobili residenziali della Difesa si riduce ad un'entrata meramente fittizia e temporanea, per di più molto limitata rispetto alla somma che successivamente il ministero dell'Economia dovrà sborsare per la costruzione o l'acquisto dei 42.500 alloggi che la Difesa reclama per le sue esigenze» scrive la Corte dei Conti nel rapporto appena pubblicato a conclusione dell'indagine sulla dismissione dei beni del ministero guidato da Antonio Martino, al quale la magistratura contabile non risparmia critiche. Scopo dell'indagine era quello di verificare l'attuazione della Finanziaria del 2000 che puntava a reperire 1.400 miliardi di vecchie lire con l'alienazione di immobili in uso, ma non più utili, alla Difesa, da riassegnare allo stesso ministero (a differenza dei proventi delle cartolarizzazioni degli alloggi che andrebbero al Tesoro) «per il conseguimento degli obiettivi di ammodernamento e potenziamento operativo, strutturale e infrastrutturale delle Forze Armate». Operazione a dir poco fallimentare, visto che in tre anni sono state accertate vendite per 124 milioni di euro, incassi effettivi per 31 milioni, con la riassegnazione alla Difesa della modesta somma di 22 milioni, pari a poco più di 40 miliardi di vecchie lire. Risultato non imputabile unicamente alla mancanza di programmazione della Difesa, ma anche ad una serie di difficoltà burocratiche, al complesso rapporto con il ministero dei Beni Culturali, fino ai problemi con gli enti locali che avrebbero fatto un uso assai disinvolto del loro diritto di prelazione con un consistente allungamento dei tempi della dismissione. Dopo la definizione dei beni da dismettere, 312 immobili, il ministero dei Beni Culturali ne ha vincolati ben 104, per un ammontare complessivo di 450 miliardi di lire. Tra i quali, sottolinea la Corte dei Conti, «campi di tiro a segno, capannoni, edifici di nessun particolare pregio artistico, per i quali il vincolo sembra dovuto solo alla vetustà». Quei 104 immobili finiscono dunque nell'elenco e non possono essere toccati fino all'emanazione del regolamento per la vendita dei beni vincolati che, atteso a fine '99, è arrivato solo alla fine del 2000. Ritardi che si accumulano a quelli dovuti alla gestione del piano di dismissioni da parte del ministero. Affidato prima alla Consap, società a capitale pubblico, poi nel 2002 «in considerazione del numero di immobili non ancora alienati» all'Agenzia del Demanio. Fatto è che finora la Difesa è riuscita a incassare solo il 3 dei 1.400 miliardi attesi per finanziare le proprie esigenze. Il problema non è quindi risolto, né lo sarà con l'eventuale riproposizione della cartolarizzazione degli alloggi di servizio, i cui proventi finiranno come prevede la legge, direttamente al Tesoro. Il piano originario di Tremonti prevedeva la vendita di 15 mila dei 17.500 alloggi di servizio dei militari. Poi ridotti a 3 mila, dopo una polemica infuocata da parte degli inquilini cui erano arrivate le lettere di sfratto, e infine a zero dalla mancata conversione del decreto, sul quale mezza maggioranza, guidata da An, si era messa di traverso. Lo scopo era quello di far cassa per risollevare il deficit pubblico ma anche quello di por fine agli sprechi che caratterizzano la gestione degli alloggi militari, dai quali la Difesa non ricava, in termini di affitto, neanche i soldi sufficienti per la loro manutenzione. Con l'aggravante che buona parte delle case sono occupate da militari e dai loro familiari "sine titulo", cioè senza diritto, ma legalmente perché la Difesa regolarmente li reintegra per via amministrativa. Col risultato, sottolinea la magistratura contabile, che la Difesa funziona quasi come uno Iacp: «Sta passando dice la Corte dall'esigenza di assicurare ai dipendenti un alloggio nella fase acuta della mobilità, all'esigenza di andare incontro ai bisogni abitativi dei dipendenti».