Pensa con i sensi, senti con la mente, è il titolo e il consiglio di Robert Storr, direttore della cinquantaduesima mostra di arti visive della Biennale di Venezia, presentata martedì scorso a Roma. Un titolo che preannuncia una mostra sensuale, interessantissima, dove quasi cento artisti, come in una grande valle, si chiameranno l'un l'altro. Robert Storr parla di "exhibition", esposizione, mostra, riaprendo il grande dilemma di cosa debba essere una Biennale oggi Storr dice di voler rimettere dentro la lampada il genio impazzito, riportando alla ragione il mostro della mega mostra sprigionato dai curatori che lo hanno preceduto, in particolare il sottoscritto. Quindi la Biennale deve essere, per il curatore americano, non la grande kermesse o l'Expo universale dell'arte ma solo e solamente una mostra, forse leggermente sovrappeso, ma pur sempre una mostra e non un gigante. Al genio ricacciato nella lampada arrugginita della Biennale Storr chiede di esaudire tre desideri. Primo: che la Biennale sia una mostra per gli artisti e non per i curatori, ovvero che agli artisti siano offerte le migliori condizioni possibili per lavorare e non situazioni di emergenza. Una realtà, questa dell'emergenza, parzialmente vera ma per altro congenita alla Biennale per il contesto che la sostiene, un bacino pieno d'acqua dove spostare una sedia costa quanto spostare il David di Michelangelo in terra ferma. Un desiderio quindi esaudibile solo in parte dalla struttura organizzativa della Biennale, che ce la mette tutta ma alla quale è proibito, dagli ultra ambientalisti, di drenare la laguna ogni due anni. Secondo desiderio: che la Biennale affianchi a se stessa un'organizzazione parallela che stia accanto al curatore e lo aiuti nella sua ricerca intellettuale, senza distrarsi con problemi di gestione pratica come per esempio dover capire come far attraversare un canale a una spirale di ghisa di venti metri di diametro provocando il minor numero di vittime possibile e lasciando intatto l'ecosistema delle "moeche" (piccoli granchi in calore che mi rano se avvolti nella paste gliola e buttati nell'olio bollente). Un problema del genere, la spirale non la moeca, si verificò durante una Biennale di Harald Szeeman, quando si dovettero trasportare le due spirali giganti dell'artista americano Richard Serra. Nessuno morì, i granchi sopravvissero ma credo che furono spesi qualcosa come 250.000 euro di trasporto. Terzo desiderio: che la Biennale, ritornando da mostro in mostra, ritrovi la sua identità dentro il maremoto delle mille Biennali del mondo che a poco a poco stanno rosicchiando terreno e credibilità alla grande vecchia. Per esaudire questo desiderio Storr si assume l'onere di essere il principe selezionato dal destino a baciare il rospo veneziano per farlo ritornare principessa delle Biennali. Ma al di là del valore artistico della prossima Biennale il grande dilemma di come la Biennale possa salvare se stessa e in un certo senso tutta Venezia, rimane irrisolto. Principalmente perché la nostra più importante istituzione culturale, totalmente dedicata alla contemporaneità, è ancora sodomizzata, come gran parte delle cose italiane, dalla politica, non quella alta, destinata a trasformare in meglio la vita della gente, ma da quella delle faide intestinali che, come il killer Pasquale Barra detto "o' animalo", hanno come solo obiettivo quello di divorare le interiora del nemico. In questo clima di cannibalismo parlamentare non esiste futuro per la Biennale o se esiste è un futuro senza attributi, ovvero un eterno cabotaggio fra una boa presidenziale e un'altra, fra un approdo ministeriale e un altro. Senza una vera rivoluzione che dia alla Biennale un consiglio d'amministrazione qualificato culturalmente, non spartito politicamente, e una direzione artistica di lungo corso che diventi diaframma fra la presidenza e la programmazione culturale dei settori, come avviene nei teatri, dove il sovrintendente rimette le scelte culturali nelle mani del direttore artistico, esaminandone e valutandone i risultati strada facendo, senza questa trasformazione, dicevamo, la Biennale finirà per arenarsi diventando involucro vuoto, e la sua presidenza un titolo insipido come quello di commendatore. Sono inutili le cacce al tesoro dei nuovi direttori nei musei del mondo se prima la Biennale non trova la direzione che la porterà a cambiare definitivamente pelle (e non solo la misura delle proprie scarpe). Inutile che i vari presidenti e consiglieri tentino di blindare le loro decisioni prima della loro eventuale riconferma o temutissimo avvicendamento, se prima non viene messa in moto una riflessione, non solo profonda ma rapidamente efficace, per far diventare la Biennale istituzione culturalmente concreta, con una visione lontana, consistente e coerente. Il presidente Croff invita a leggere anche questa Biennale, dopo la deludente edizione del come un'altra tappa di un percorso complesso, come se la Biennale fosse un giro di Francia. Non ci dice, però, dove questo giro vuole arrivare. A Londra? Forse. Di nuovo in Spagna? Possibile. Ma poco importa la nazionalità del prossimo direttore, perché non è più una questione di complessità ma di perplessità su quanto possa durare il declino inarrestabile di un'istituzione che sta diventando come il ritratto di Dorian Gray tenuto nella soffitta della nostra cultura, mentre giù in salotto si gioca al valzer delle poltrone. La mostra di Robert Storr si annuncia molto stimolante, ma sarà sempre un'altra mostra, una nuova cornice intorno al vecchio ritratto. Pensa con i sensi, senti con la mente. Mescola il corpo con lo spirito. Sarà fatto, il prossimo giugno godremo l'arte al presente in tutta la sua intensità. Alla Biennale, quella del presente e quella del futuro, noi suggeriamo: cambia mentalità e ritrova il tuo senso.