INCHIESTAControlli colabrodo nel museo più importante del mondo. Dal metal detector è passato anche un temperino Nessuno ha fermato il nostro reporter. A rischio i quadri più belli Siamo entrati agli Uffizi con due coltelli, uno in lama di ceramica e laltro in acciaio. Abbiamo avvicinato queste temibili armi ad alcuni importanti dipinti della Galleria darte più famosa del mondo, opere del Botticelli e di Filippo Lippi, di Durer e del Ghirlandaio, di Fra Bartolomeo e del Perugino. Abbiamo fotografato e filmato. Tutto vietato: portare coltelli, filmare e fotografare. Lo abbiamo fatto per provare lefficacia della sicurezza agli Uffizi e per documentare quello che abbiamo sperimentato. Allingresso abbiamo superato controlli e metal detector senza problemi. Per 55 minuti ci siamo mossi spavaldamente nella galleria senza che i custodi se ne accorgessero, fin quando non abbiamo deciso che la missione era conclusa. Col coltello dentro gli Uffizi nessuno ci ha fermato I quadri più belli indifesi da vandali e malintenzionati inchiesta ------------------------- Solo una guida giapponese ha protestato per le foto che facevamo Nessun custode si è accorto del coltello o si è incuriosito dei nostri atteggiamenti Il metal detector suona ma nessuno scopre il coltello. Inosservato anche il temperino Quasi due ore di fila prima di passare dai controlli elettronici posti allingresso Il museo più famoso del mondo non ha né difese né controlli efficaci ---------------------------- Con un temperino svizzero in acciaio e con un coltello da cucina giapponese, a lama di porcellana affilata e lunga 8 centimetri, siamo dunque entrati nella galleria degli Uffizi, superando senza difficoltà i controlli personali e degli oggetti, condotti con metal detector e controlli ai raggi. Per 55 minuti abbiamo vagato indisturbati di sala in sala della Galleria darte più famosa del mondo, avvicinando le lame dei coltelli a pochi centimetri dalle tele, quasi sfiorandole. Avremmo potuto incidere un Ghirlandaio o un Filippo Lippi, sfregiare il volto della «Eva» di Furer o infierire su «La visione di San Bernardo» di Fra Bartolomeo, senza che nessuno se ne accorgesse. Fosse stato per il sistema di vigilanza dei custodi, teoricamente uno in ogni sala, saremmo potuti andare avanti a lungo: agli Uffizi è vietato scattare foto e girare immagini, ma noi abbiamo documentato il tour da «potenziali vandali» usando una ingombrante macchina fotografica professionale, una Nikon digitale reflex con obiettivo zoom 18-50, e una grossa telecamera digitale Samsung di vecchia generazione, ben vistosa rispetto alle microscopiche videocamere più nuove. Allinizio ci siamo mossi con prudenza, usando con circospezione tutti questi strumenti vietati, coltelli, videocamera e macchina fotografica. Poi, quando ci siamo resi conto di non destare sospetti, ci siamo fatti disinvolti e plateali. Braccia alzata per mostrare i coltelli. Oppure fotoreporter accovacciato per un raffica di scatti al coltellaccio appoggiato sul palmo di una mano del cronista. «E vietato fare foto, no foto, no foto» è insorta, solo a quel punto, una arcigna guida turistica giapponese. Che però non ha notato o non si è preoccupata del coltello che avevamo in bella evidenza tra le mani. Finalmente, almeno lei, la nipponica, è intervenuta a sollevarci dallinquietudine crescente che ci stava prendendo nello scoprirci tanto pericolosi. Era già passata unora. Avremmo potuto continuare il raid. Ma la missione nel colabrodo dei controlli di sicurezza degli Uffizi, poteva finire lì, alle 16.20 del 6 marzo 2007. Era iniziata due ore e quindici minuti prima. Alle 14.05, allingresso degli Uffizi, quello sotto il loggiato riservato a chi non ha prenotato i biglietti, cè la consueta fila di turisti. Davanti al cronista e al fotografo di Repubblica, una folta scolaresca sarda, studenti dello scientifico, del linguistico e del socio-pedagogico di Lanusei. Una ragazzina non rinuncia a quello che è un must per i più giovani in attesa di affrontare il rischio sindrome di Stendhal: aggiungere il proprio nome alle lunghe liste scritte sulla parete delledificio costruito tra il 1560 e il 1580, su progetto di Giorgio Vasari e per volontà del granduca Francesco I, come sede dei principali uffici amministrativi dello Stato toscano, poi arricchito grazie al contributo di numerosi componenti della famiglia Medici, appassionati collezionisti di dipinti, sculture e oggetti darte, e infine riordinato e ampliato sotto la dinastia dei Lorena. Siamo nel tempio mondiale dellarte antica. Negli ultimi cinque anni, dopo l11 settembre, ci si è posti il problema di come difendere meglio questo tesoro che non ha prezzo. Molto si è discusso e progettato, qualcosa si è realizzato. Oggi siamo qui a verificare quanto gli Uffizi siano protetti. Il display, sopra la testa dei primi della fila, informa: vietato portare nella galleria bottiglie, anche di plastica. Di coltelli, macchine fotografiche, videocamere non si parla. Durante lattesa in coda decidiamo di sacrificare una delle «armi» che abbiamo con noi, un vecchio taglierino, di quelli che si sfilano dal manico di plastica colorata, per loccasione riposto in una custodia con un paio di occhiali. Lo gettiamo in un bidone della spazzatura, non ci pare il caso di forzare la mano: le altre «armi» che abbiamo portato ci sembrano sufficienti a sondare i sistemi di vigilanza degli Uffizi. Il coltello, anzitutto. Lo abbiamo comprato in mattinata in un negozio specializzato del centro storico di Firenze. Prezzo 32 euro. E un coltello da cucina, copia italiana dell«Ishi Ba» giapponese, quello che avrebbero utilizzato anche alcuni attentatori dell11 settembre. Può essere arma micidiale. E appuntito come una freccia e come un rasoio è affilata la lama, che è protetta da un piccolo fodero di plastica. Mettersi in tasca questo coltello, fa paura lo stesso, nonostante la protezione, per lansia di infilzarsi in seguito ad un movimento brusco. Sigillo con il nastro adesivo lesile custodia e infilo il coltellaccio nella tasca marsupiata della felpa ricordo di un on the road in Irlanda, sotto il Barbour primaverile. La lama del coltello è in ceramica. Neppure nel manico cè ferro o altri metalli, ci hanno assicurato al negozio. Questo ci dà buone possibilità di riuscire a farlo entrare negli Uffizi. Disperiamo, invece, di portare dentro il coltellino svizzero victorinox attaccato al mazzo di chiavi del fotoreporter: ha lama estraibile di 3,5 centimetri, forbicine e lima unghie, tutto rigorosamente in metallo e, quindi, destinato a far trillare il metal detector. Almeno così pensiamo. E invece... Unora e venti minuti dopo aver cominciato la fila, alle 15.25, siamo al controllo dingresso agli Uffizi. Videocamera e macchina fotografica a tracolla. «Le potete portare, ma non siete autorizzati né a riprendere né a scattare foto» ci informano. Davanti al varco del metal detector, sfilo lesto tutti i metalli che penso di aver concentrato nella tasca destra: due mazzi di chiavi, il telefonino. Ma sotto la porta lallarme suona lo stesso. Panico. Mi tranquillizza la gentile operatrice della sicurezza: «Vedrà, sono le scarpe e la cintola dei pantaloni» mi rassicura mentre mi sfiora il corpo con lasta metal detector. Maledizione, suona anche la tasca sinistra del Barbour, allaltezza del coltello infilato nella felpa. Sfilo il taccuino, la penna, niente, trilla ancora. Mi sento perso: vuoi vedere che il metal detector ha scoperto il coltello? Vuoi vedere che al negozio mi hanno dato una fregatura? Poi però agguanto il pacchetto di sigarette, tiro fuori laccendino. E lui la causa di tanto patema. Posato laccendino, passo tranquillamente sotto il varco del metal detector, portando dentro agli Uffizi il temibile coltello giapponese da cucina, che la sicurezza non ha smascherato. Come speravamo. Intanto il fotoreporter ha appoggiato chiavi con agganciato coltellino svizzero nella vaschetta che attraversa il tunnel controllato al computer da unaltra operatrice della sicurezza. Nessun rilievo, non cè problema, anche al coltellino svizzero è offerto tour turistico agli Uffizi. E questo non lo speravamo. Quasi ci pentiamo di aver gettato nel bidone della spazzatura il taglierino: lavessimo ancora con noi, probabilmente sarebbe passato anche quello. Visitiamo una quindicina di sale, passiamo dalluna allaltra sempre più spavaldi. Avviciniamo i coltelli ai dipinti, sostiamo in pose plateali. Succede davanti alla Primavera di Botticelli, che peraltro è protetta da un cristallo, ma anche al cospetto di molte altre tele che in quella e in altre sala sono esposte alloffesa di una lama. Minacciamo col coltello giapponese lIncoranazione della Vergine di Filippo Lippi e con il temperino lAdorazione dei Magi del Ghirlandaio. Di nuovo il coltello contro lOrazione nellorto di Pietro Vannucci detto Il Perugino e contro Eva di Albrecht Durer. Scatti e telecamera accesa anche per riprendere e fissare le immagini del coltello che si avvicina a La visione di San Bernardo di Fra Bartolomeo. Eccole le straordinarie collezioni di dipinti e di statue antiche che turisti provenienti da tutto il mondo vengono ad ammirare agli Uffizi. Eccoli i capolavori del Trecento e del Rinascimento firmati da Giotto, Simone Martini, Piero della Francesca, Beato Angelico, Filippo Lippi, Botticelli, Mantegna, Correggio, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Caravaggio, dai pittori tedeschi, olandesi e fiamminghi come Dürer, Rembrandt, Rubens. Eccoli, esposti ad una simulazione di attentato che mette in luce i limiti del sistema di sicurezza della Galleria. Lallarme scatta quando un bambino asiatico si siede sulla balaustra di metallo che dovrebbe tenere i visitatori a distanza dal quadro. Ma non quando le lame dei coltelli sfiorano i dipinti. Dribblare la sorveglianza è gioco facile. In ogni ambiente dovrebbe esserci un custode. Ci sono. Una ha gli auricolari e sembra travolta dalla musica dellIpod. Un altro appare assopito su una sedia in un angolo della stanza. Altri conversano a coppie nella sala, lasciando incustodita quella accanto. Alcuni sembrano insospettirsi per i nostri più che sospetti movimenti. Ma basta che ci spostiamo nella sala accanto perché si rilassino anche i guardiani più vigili, come se ciò che può accadere pochi metri più in là, nella stanza confinante, non li riguardi più. Certo, si può provare a comprenderli questi custodi degli Uffizi, costretti ad una noiosa sentinella per ore. Noi, però, non facciamo niente di speciale per ingannarli. Soprattutto allinizio ci muoviamo in modo imbarazzato e impacciato, da dilettanti del vandalismo, mostrando assai poco interesse per le opere darte di fronte alle quali ci troviamo: magari «saltiamo» il dipinto più importante della sala, per appostarci e sostare distratti davanti ad un altro, secondario. Visitatori più che sospetti, appunto. Mettiamo in fila una serie di comportamenti che, se osservati di sala in sala, magari filmati da un occhio elettronico e controllati in tempo reale ai monitor da un operatore della vigilanza, potrebbero ricomporre il mosaico dei comportamenti anomali di due visitatori speciali. Due vandali per sfida. Una sfida che qualcuno perde. Il sistema di sicurezza degli Uffizi ne esce sconfitto. Bocciato.