Il mondo ferito dalle guerre approda alla 52a Esposizione internazionale d'arte della Biennale di Venezia che si aprirà il 10 giugno per chiudere il 21 novembre nei tradizionali spazi dell'Arsenale e dei Giardini. Sotto il complesso e un po' involuto titolo «Pensa con i sensisenti con la mente» si delinea anche una scommessa politico-culturale di respiro globale: capire cosa avviene nell'espressione artistica delle nazioni attraversate da un conflitto. Il padiglione dell'Afghanistan, curato da due membri dell'ex famiglia reale (il principe Mirwais Zaher e la principessa Safya Begum) per esempio affronterà il tema distruzionericostruzione commissionando all'artista Abdul Shoukour Khasrawi un'installazione che ha come sfondo il vuoto lasciato nelle nicchie di Bamyan dai Buddha polverizzati dai Talebani nel 2001 e come contenuto un tributo «a tutta la gente che viene in Afghanistan con altruismo per riedificare il Paese». È la seconda presenza afghana dopo quella voluta nel 2005 dal comitato di studentesse di Faiza Bad «sapere è libertà». Il Libano proporrà cinque artisti tra cui Fouad Elkoury, fotografo e videoartista che si è confrontato in passato col tema della guerra civile. La Siria si è affidata al critico italiano Duccio Trombadori che promette un itinerario «sulle vie di Damasco» per certificare come quella terra «possa diventare terreno di confronto, di possibile dialogo». Il curatore della mostra, lo statunitense Robert Storr, ha personalmente voluto inserire nel suo progetto la presenza della Turchia tra i padiglioni nazionali come si legge nelle note per la stampa (eppure proprio Storr, a una domanda sull'Iran, Paese invitato ma che non ha ancora risposto, ha replicato molto freddamente e quasi irritato di «non essere responsabile dell'attività dei padiglioni nazionali» come se la Turchia, da lui sollecitata, non appartenesse alla stessa, identica lista. La vicenda nucleare, come si vede, divide Usa e Iran persino a una Biennale d'arte). In quanto alla rassegna nel suo complesso, ieri il presidente Davide Croff (con Robert Storr, la curatrice del padiglione italiano Ida Giannelli e con il direttore per l'architettura e l'arte contemporanea del ministero dei Beni culturali, Pio Baldi) ne ha illustrato le caratteristiche. Cioè 77 Paesi stranieri, la presenza internazionale più alta mai registrata. Una intera sezione dedicata all'arte africana contemporanea («Check List» della Sindika Dokolo African Collection of Contemporary art di Luanda, in Angola). I1 ripristino del Padiglione Venezia con una selezione di artisti veneti (un ritorno alla tradizione, ha sottolineato Croff, ma che inevitabilmente riporta alle spinte localistiche dei nostri giorni). del Padiglione Italia, cioè Giuseppe Penone con le sue «Sculture di linfa» e Francesco Vezzoli con la videoinstallazione «Democrazy», destinata a far discutere già sulla carta: una riflessione-simulazione sulle imminenti elezioni presidenziali Usa del 2008 con due spot elettorali prodotti in collaborazione con gli ex «media advisor» di George Bush nel 2004 e di Bill Clinton nel 1996. Inevitabili le solite e un po' provinciali polemiche sull'esiguità degli inviti ad artisti italiani. Pronta e sobria la risposta di Ida Giannelli: «Non si possono portare alla Biennale tutti gli artisti italiani, bisogna fare una scelta precisa, come accade nei padiglioni delle altre nazioni». Appunto.