Forse è veramente venuto il momento che il popolo etiope aspetta da più di settantenni e la stele di Axum rientra in patria. Lo Stato italiano aveva promesso, fin dal 1947, la restituzione di quanto fu sottratto dal regime fascista: l'impegno è stato mantenuto per il Leone di Giuda, che nel 1970 fu tolto dalla stazione Termini e restituito al Negus, Ma le vicende politiche dell'Etiopia e l'indecisione dei vari governi italiani hanno fino ad oggi impedito il rientro della stele di Axum, trafugata e collocata nel 1937 sul Piazzale di Porta Capena, a Roma. La storia offre molti esempi di sottrazioni ai vinti di tesori artistici e archeologici: così fu per i marmi del Partenone, trasportati in Inghilterra da Lord Elgin all'inizio del 1800, per le architravi Maya di Yaxchilan che finirono anch'esse a Londra, e per molto materiale archeologico egiziano. Anche l'Italia si è impegnata a fondo per recuperare molte nostre opere asportate durante l'ultimo conflitto mondiale. Dunque non si può che capire il fervore con cui la stele e stata rivendicata nel corso degli anni e l'ansia con cui è attesa in Etiopia. Ma non si tratta solo di una questione di principio o di prestigio, la stele di Axum (scritta anche Aksum) ha una valenza simbolica enorme perché legata alla più antica tradizione religiosa e politica dell'Etiopia. Aksum, la cui fondazione è precedente al I secolo d. C, era l'antica capitale dell'Etiopia, poi ne è divenuta la città santa, per la presenza del santuario di Santa Maria e dell'Arca dell'Alleanza che Menelik, figlio di Salomone e della regina di Saba avrebbe trafugato dal tempio di Gerusalemme e portato ad Axum, e là i re di Abissinia avevano l'usanza di farsi consacrare solennemente con cerimonie tradizionali. Le stele di Axum (ce n'è più d'una), erano costruite e infisse nel terreno appositamente per segnalare la presenza di una sepoltura, a differenza degli obelischi che non venivano piantati direttamente nel terreno, ma venivano dotati di una struttura fondale indipendente. Gli esperti hanno individuato quattro tipi di stele, che si differenziano tra loro per dimensioni e per le iscrizioni e gli ornamenti che le caratterizzano. Quella conservata a Roma è del tipo più elaborato, in quanto presenta decorazioni su tutte e quattro le facce: le decorazioni alludono schematicamente ad un edificio di undici piani, tipico del sistema architettonico aksumita. L'edifìcio è rappresentato in modo particolareggiato, con porte che recano battenti a forma di anello, finestre e persino i muri che sono raffigurati attraverso il disegno dei materiali da costruzione (pietre e legno); in cima alla stele vi è una sagomatura a "testa di scimmia". Le dimensioni sono imponenti: per altezza (27 metri) e peso (150 tonnellate) è seconda solo a quella conservata all'interno del parco archeologico di Aksum, che misura 33,30 metri di altezza. E' per questo che gli esperti ritengono che per facilitarne il trasferimento occorrerebbe tagliarla in tre pezzi: per la verità la stele fu già sezionata in cinque parti quando fu portata via da Axum nel 1937. Il viaggio fu coordinato dal professor Ugo Monneret de Villard che ne dispose il trasporto via terra fino a Massaua, via mare fino a Napoli a da lì a Roma in treno. All'arrivo in Italia i pezzi furono assemblati con perni di bronzo lunghi 60 cm. e spessi 10. legati alla pietra da cemento a presa forte, un lavoro che oggi sarebbe impossibile disfare. Anche la sistemazione non fu agevole per la presenza di reperti archeologici e antiche fognature che rallentarono i lavori di scavo. Ma ora un'eventuale divisione sarebbe fortunatamente l'ultima.