Gli americani lo chiamano brain storming. E' la tempesta di idee. Usata per prendere di petto un problema, e quindi superarlo. L'oggetto, in questo caso, è il distretto ceramico di Civita Castellana. Ad ascoltare le proposte di Giovan Battista Martinelli, il segretario della Cgil, è l'immagine che sovviene. Perché, è il senso del suo discorso, ora - dopo la firma del protocollo di intesa, che vale ben 20 milioni di euro - gli strumenti ci sono. Quello che resta da vedere è proprio se le menti sapranno utilizzarli per rilanciare a lungo termine il sistema civitonico. E gli ingegni, è bene specificarlo, per il segretario non sono solo quelli degli enti pubblici. A scendere in campo con progetti, e soprattutto risorse, dovranno essere soprattutto imprese e banche. Tutti al capezzale di un distretto malato, ma rianimabile. «Purché - specifica - le vecchie logiche attendiste e provincialesche vengano superate, in nome di un concorso di idee e progettualità». Una sorta di esame di maturità, per Martinelli, in cui tutto il territorio si gioca la propria credibilità. Il 31 gennaio la firma del documento che avvia l'iter per il riconoscimento dello stato di crisi per il distretto industriale. Finalmente si sta imboccando la strada giusta per la rinascita? «Dobbiamo partire da un dato di fatto: per la prima volta nella storia della Tuscia, dopo tante promesse Provincia, Regione e Governo hanno fatto quadrato, ottenendo un risultato cruciale che per troppi anni era rimasto nell'alveo delle promesse. Il protocollo mette in campo opportunità che, se ben gestite, possono concretamente sfociare in un rilancio durevole del distretto. La Provincia, in tal senso, deve assumere il ruolo di garante e coordinatore dell'intero processo. E questo vale per il ruolo del pubblico. Qualcosa però manca». Di che si tratta? «Del privato. Mi chiedo, in questo senso, come le imprese intendano contribuire al rilancio. Non si può certo credere che ora, visto che la mano pubblica è decisa a intervenire con ingenti finanziamenti e strumenti legislativi adatti, le aziende non facciano altro che attendere l'arrivo dei fondi». Quale ritiene debba quindi essere il ruolo del privato nel nuovo corso di Civita Castellana? «Affinché di nuovo corso possa parlarsi davvero, gli imprenditori dovranno mettere in campo risorse proprie e progetti che, in nome dell'innovazione e della qualità, permettano al settore di riconvertirsi per tornare a competere in un mercato globale». Quindi da un alto gli enti pubblici e dall'altro le imprese? «Un tassello ancora: quello delle banche. Il mondo della finanza, che pare avere sempre il vento in poppa anche nella Tuscia, deve fare la sua parte, contribuendo al rilancio di un territorio che sinora gli ha assicurato forti guadagni». In che modo? «Mettendo a disposizione risorse a tassi agevolati, proprio per permettere a quei progetti vincenti stilati dalle imprese di tradursi in realtà. Credo quindi che le banche debbano essere coinvolte nel costituendo tavolo provinciale. Struttura a cui ritengo irrinunciabile partecipi anche l'Università della Tuscia, proprio perché ricerca e innovazione nell'ateneo e nel Parco scientifico e tecnologico trovano la loro dimora naturale». E il sindacato, in questo disegno, dove lo mette? «Noi abbiamo il compito di contribuire affinché le risorse vengano dirottate su progetti efficaci e che garantiscano la tutela dei lavoratori, con contratti a tempo indeterminato, condizioni di impiego dignitose, formazione adeguata. Senza dimenticare gli ammortizzatori sociali». Un'ultima questione: il Centro ceramico, deputato a fare da cabina di regia per i fondi in arrivo. «A proposito, vorremo capire quali progettualità questo organismo è in grado di mettere sul tappeto. Puntare sul marketing, sulle ricerche di mercato e studiare un marchio unico potrebbe essere un buon inizio. Altra questione, quella della composizione societaria. Visto che attualmente il 75 è in mano, come da statuto, ai privati e il restante 25 fa capo a Camera di Commercio (19) e Comune di Civita Castellana (6), proprio in base alla logica inclusiva sinora utilizzata, reputo che anche Provincia e Regione, in qualità di enti garanti, e i principali Comuni del comprensorio, debbano acquisire una partecipazione alle quote pubbliche. Ma il tempo, che nessuno se ne dimentichi, stringe».