GROSSA polemica sui Bronzi di Riace, 35 anni dopo il loro ritrovamento in mare, per merito del "sub" romano Stefano Mariottini: Giuseppe Braghò, 60 anni, ricercatore di Vibo Valentia, afferma d'aver trovato le prove che i guerrieri possedessero uno scudo, uno o forse due di loro anche una lancia, spariti come forse un terzo bronzo, che si trovava sul fondale, accanto ai due. Braghò ha scritto un libro su questo, edito tre mesi fa; della faccenda ha interessato il ministero dei Beni culturali e la magistratura, e ora se ne stanno occupando i carabinieri per la tutela del Patrimonio artistico. Braghò, che in passato ha avuto anche problemi giudiziari per traffico d'arte, dice d'aver lavorato sui documenti dell'Archivio storico di Reggio Calabria. Le voci non sono affatto nuove; ma, stavolta, avrebbero forse, a loro suffragio, una documentazione più ricca del passato; forse, davvero qualcosa che apparteneva ai due Bronzi esposti al Museo archeologico di Reggio è stato sottratto. Andandosi a rileggere i verbali del tempo, Mariottini ha sempre parlato (e per il ritrovamento è stato ricompensato con 125 milioni delle lire d'allora) solo di due statue; in almeno una delle due, fin dalle prime foto, il supporto che reggeva lo scudo non appare incrostato come il resto della scultura: segno che qualcosa, forse proprio l'usbergo, lo aveva protetto. Però, già Piero Guzzo, che ora dirige gli scavi di Pompei ed allora fu incaricato d'un sopralluogo, certifica, il 23 agosto 1972, cioè soli sette giorni dopo il ritrovamento, che i due «personaggi portavano lo scudo e la lancia a sinistra (ambedue perduti), e nella mano destra probabilmente uno scettro, anch'esso perduto». Quindi, se qualcosa è sparito (come è fortemente probabile), è stato prelevato allora: nell'immediatezza del ripescaggio. In più, Braghò parla di una terza scultura in bronzo, forte del fatto che Mariottini ha sempre definito pressoché prive di grosse incrostazioni le due ritrovate, e una foto (che dice d'aver consegnato ai carabinieri, i quali rifiutano ogni commento sulla vicenda) mostrerebbe invece una statua diversa dalle due recuperate, e piena d'incrostazioni. E si avventura perfino ad ipotizzare che quanto ora manca possa essere finito al Museo Getty, nel cui puntuale bollettino delle acquisizioni, tuttavia, non s'è mai trovata traccia di oggetti e di reperti di questa natura e provenienza. Come si sa, le due opere, databili verso il 450 a.C., hanno subito stupito: restaurate a Firenze, esposte al Quirinale per volere dell'allora Capo dello Stato Sandro Pertini, in breve si sono trasformate in autentici "feticci"; ma senza essere in grado di sollevare le sorti del museo reggino, in cui si trovano: nel 2005, infatti, non ha staccato nemmeno 65 mila biglietti di visitatori paganti. Le analisi della terra di fusione, abbondantemente presente all'interno, li collocano ad Argo e ad Atene, e li datano al V secolo a.C.; per gli studiosi, i bronzi potrebbero raffigurare Anfiarao, il poeta guerriero che profetizzò la propria morte sotto le mura di Tebe (il più "vecchio" dei due), e Tideo, figlio di Ares e protetto da Atena. Braghò dice che non ha consegnato ai carabinieri tutti i documenti in suo possesso: «Altri mi riservo di rimetterli personalmente al Ministro, quando lo incontrerò, la prossima settimana, a Roma». Infine, dopo le proprie ricerche, Braghò afferma anche che, in un'area adiacente al ritrovamento, una nave dell'Università del Texas avrebbe «segnalato anomalie metalliche» sul fondo: soltanto rifiuti, carcasse, o altre statue ancora? E chiede una nuova campagna di scavi, nuove indagini e ricerche. F.I.