Beni culturaliQuella romana è la più importante del mondo. Ma non ha risorse. E c'è il blocco delle assunzioni. Così, quando a fine anno il veterano Antonio Sannino andrà in pensione, si interromperà una grande tradizione. A parte un miracolo ANTONIO Sannino, nato a Portici nel 1943, due figlie che non ne hanno seguito le orme, dal 1970 "assistente tecnico" dei Beni culturali, è proprio come l'Ultimo dei Mohicani, o il Sopravvissuto di Varsavia; nemmeno come un panda da salvare, perché quei rari, deliziosi plantigradi sono più numerosi di lui. A fine anno (ma, talora, egli minaccia prima), il signor Antonio andrà in pensione. E la Calcografia nazionale, nata nel 1738 quando la fondò Clemente XII Corsini, dopo quasi tre secoli, cesserà di stampare; di "tirare" le sue 23 mila preziose matrici (tutto Piranesi, tutto Morandi e Carrà), che ne fanno il massimo istituto del genere al mondo: in Europa, sono assai pochi; ma il Louvre, per esempio, vanta "solo" 13 mila lastre. Perché il signor Antonio è l'ultimo stampatore: «Quando sono entrata all'Istituto nazionale per la Grafica, negli Anni 80, erano quattro, o cinque», spiega Giulia Fusconi, studiosa delle più note. «Oltre a smettere di stampare, s'interromperà addirittura la trasmissione del sapere: Sannino non insegnerà a nessuno i mille segreti del proprio mestiere. E' come se una scuola andasse in fumo», aggiunge Serenita Papaldo, che dirige l'Istituto; come se un'azienda gettasse il suo know-how, o il suo avviamento. Di assunzioni, nemmen parlarne: «C'è il blocco». Collaboratori a tempo? «Spesso ne arrivano, con qualche borsa di studio. Ma dopo pochi mesi, sono spariti», spiega sempre Papaldo; «e io non riuscirei certo ad affidare uno dei nostri rami, di valore inestimabile, alle cure di un precario, che chissà come lavora; insomma, a metterlo nelle mani d'un esterno». Ascesa e caduta della più antica e nobile tra le Calcografie del mondo: «Morandi e Carrà mandavano qui a stampare le loro incisioni; poi, entrambi ci hanno regalato tutte le matrici. Ora, avevamo in progetto di "tirare" i rami delle antichità d'Ercolano, che possiede il Museo di Napoli, per organizzare assieme un'esposizione: chi ci penserà?». Antonio Sannino mostra «come si fa quello che ho fatto ormai milioni di volte»: la sapienza nel calibrare la preparazione dell'inchiostro; nello stenderlo sul rame, per poi rimuovervi quello in eccesso con la "tarlantana", una garza di cotone inumidito; la scienza nell'usare il torchio («una volta era a mano, e lo girava il "torcoliere"»); nel distribuire gli spessori. Così nasce un nuovo Piranesi. «Ormai, i rami originali non li tiriamo quasi più», spiega Serenita Papaldo, «perché si deteriorano; n'abbiamo fatte delle copie, la cui resa non è assolutamente inferiore; e, logicamente, denunciamo in tutta onestà di che cosa si tratta». «Un vero Piranesi», afferma Giulia Fusconi, «vale, sul mercato, da duemila a 10 mila euro; i nostri, li possiamo vendere secondo un tariffario deciso dal Ministero: ma i proventi non entrano nemmeno nelle nostre casse». Cioè? A quanto, e dove vanno i quattrini? «A 60 euro l'uno; e le risorse affluiscono direttamente al Ministero». Ma se solo per tirarne una copia, il signor Antonio ha speso un'oretta buona di tempo: «Oh, non è certo vendendole che si fanno i quattrini; stampiamo sempre meno esemplari commerciali e ci dedichiamo invece più alle occasioni scientifiche: per la mostra sui Giustiniani, abbiamo tirato le lastre della loro famosa Galleria, che è un libro pressoché introvabile». Qui, proprio dietro la Fontana di Trevi, ci sono macchine da collezione, anche dell'Ottocento, e congegni modernissimi: «Possediamo l'unico laboratorio diagnostico che esamini le matrici», e «non abbiamo brevettato il metodo galvanico per duplicare le lastre, messo a punto con il Poligrafico dello Stato e l'Istituto centrale del Restauro, soltanto per non sottrarre ad altri istituti la sua conoscenza ed agibilità», dice ancora Serenita Papaldo. Il vero "tesoro", le lastre di mille autori tra cui la produzione completa d'alcuni grandi, è in un caveau, sottoterra; e le matrici (anch'esse opere d'arte) sono tutte ordinate, e consultabili. Qui, lavorano circa 100 persone; ma questo autentico fiore all'occhiello, del nostro Paese e non solo, vive di stenti: «L'anno scorso, 135 mila euro in tutto, per le mostre, la catalogazione, le missioni e la didattica». Da un libraio di New York, che se le era aggiudicate ad un'asta di Londra, l'Istituto per la Grafica ha da poco acquistato cento lastre di Giuseppe Vasi, che ha minuziosamente eternato la Roma del Settecento: quando il signor Antonio se ne andrà, finiranno anch'esse a far la polvere in cantina, pardon, in uno dei depositi più tecnologicamente avanzati che esistano, con climatizzazione diversa a seconda dei supporti delle lastre, eccetera? Chissà: forse, il ministro Rutelli può correre ai ripari.
Povera Calcografia, orfana di stampatori
Il signor Antonio Sannino, l'ultimo stampatore della Calcografia nazionale, andrà in pensione alla fine dell'anno. La Calcografia nazionale, fondata nel 1738, è l'istituto di stampa più antico e nobile del mondo, ma ha risorse limitate e un blocco delle assunzioni. Sannino, che ha lavorato per quasi tre decenni, è l'ultimo "assistente tecnico" e stampatore delle matrici. La sua partenza segnerà la fine della trasmissione del sapere e la scomparsa di un'arte antica. L'Istituto nazionale per la Grafica, che gestisce la Calcografia nazionale, ha risorse limitate e dipende dal Ministero per finanziamenti.
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