Presentati a Firenze, ad un incontro di archeologi, le immagini delle devastazioni e i risultati del restauro Già sistemato un terzo degli spazi espositivi, ma l'apertura è stata rinviata per motivi di sicurezza NOSTRO INVIATO Sale vuote, devastate, abbandonate, violentate. Effetto della guerra, ma non solo. I telegiornali di tutto il mondo nel 2003 le hanno trasmesse in ogni casa: a Baghdad non moriva solo la popolazione, ma anche ogni traccia della storia delle civiltà della Mesopotamia, i segni della nostra cultura. Poi, quasi senza soluzione di continuità, ecco scorrere altre immagini. Sembra di riconoscere le stesse sale, messe a nuovo. Ma ancora chiuse. Rivedere quelle immagini di sconfitta - benché note - fa male a un uditorio particolarmente sensibile come è quello che ogni due anni si ritrova al Palacongressi di Firenze per la giornata nazionale di Archeologia Viva: archeologi e ricercatori di fama mondiale insieme con quel popolo trasversale «che studia il passato per capire il presente», come è il motto che la rivista specializzata diretta da Piero Pruneti porta avanti da decenni. Ma fa male anche sapere che la guerra, o i suoi effetti devastanti, bloccano ancora la voglia di rinascita, di recupero della propria storia. Ieri a Firenze ha particolarmente colpito l'intervento di Roberto Parapetti, responsabile del progetto di riapertura del Museo di Baghdad, per conto del Centro ricerche archeologiche e scavi di Torino, fondato nel lontano 1963 dal compianto Giorgio Gullini, padovano, maestro e pioniere di tutte le ricerche in Mesopotamia e nel Vicino Oriente. Fu proprio Gullini (che il Veneto ha troppo presto dimenticato) a portare avanti il progetto irakeno fino al 2004, anno della sua scomparsa. Proprio i quarant'anni di interventi e presenza preziosa in Iraq hanno valso all'Italia l'incarico, all'indomani della prima Guerra del Golfo, di riorganizzare le collezioni archeologiche irachene, tra le più preziose e importanti al mondo. Ma prima la perdita di ogni controllo del territorio (soprattutto al Sud, dove poi sono arrivati i carabinieri del nucleo di tutela del patrimonio culturale col contingente di stanza a Nassirya), e la conseguente spoliazione sistematica di siti inediti da parte di scavi clandestini che hanno ingrossato il mercato antiquario illegale di mezzo mondo; e poi l'invasione del 2003 con la caduta definitiva del regime di Saddam Hussein, hanno dato il colpo di grazia alla conservazione dei tesori antichi. «Dall'8 al 14 aprile 2003 è successo l'irreparabile - ricorda Parapetti con voce rotta dall'emozione - Le sale del museo di Baghdad, diversamente da quanto detto in quei giorni, erano già state vuotate delle preziose collezioni, messe al sicuro. Solo la grande statuaria e quelle opere che per il peso o il loro ancoraggio erano difficili da rimuovere rimasero al loro posto. Furono proprio quelle opere, insieme a vetrine e locali vuoti, a essere oggetto di una folle devastazione o al trafugamento». Solo al 14 aprile arrivarono i blindati americani «a ristabilire l'ordine». È in quei mesi del 2003 che si concretizza il già avviato progetto di ripristino del Museo di Baghdad, dove sono (meglio, erano) conservate le più importanti testimonianze di tutta la cultura mesopotamica. «Abbiamo iniziato subito con la ricostruzione dei laboratori, per avviare il restauro degli oggetti recuperati dopo il loro trafugamento. Questo ci ha permesso di preparare anche molti tecnici iracheni nei laboratori attrezzati temporaneamente - per questioni di sicurezza - in Giordania e in Italia». Poi finalmente, tra mille difficoltà e oggettivi problemi di incolumità anche per gli operatori in loco, il prof. Parapetti ha avviato il progetto di riapertura delle sale espositive del museo. «Un progetto minimale, un terzo circa dello spazio originale, ma sufficiente per esporre le opere monumentali assire, per intenderci i grandi rilievi provenienti dai palazzi di Korsabad e Nimrud, con la riproposizione del grande arco che sovrastava la porta "difesa" dagli imponenti geni alati, come quelli che il grande pubblico ha sicuramente ammirato al Louvre di Parigi o al British Museum di Londra», spiega il responsabile del progetto facendo scorrere le prime immagini (una vera chicca per il popolo dell'archeologia) di quelle sale che sembrano aver ritrovato la vita, che tornano a raccontare la grandezza di quelle civiltà. La galleria assira è infatti già completata e visitabile, impreziosita anche da un nuovo sistema di illuminazione. Nel cortile porticato il progetto prevederebbe poi il recupero di tutta la collezione della statuaria proveniente da Hatra, la famosa città partica dove l'arte dell'oriente e dell'occidente trovano una loro affascinante sintesi. E, su un'altra ala dell'edificio troverà infine spazio la terza sezione dedicata alla decorazione architettonica islamica con la ricostruzione di una moschea distrutta ancora negli anni Quaranta del secolo scorso. «Per Hatra e l'arte islamica purtroppo si deve ancora usare il condizionale - sottolinea amareggiato - Nel luglio dello scorso anno l'autorità irakena ci ha fatto chiudere il cantiere e il museo. Troppo pericoloso rimanere. L'incolumità non era più garantita. Così oggi anziché poter annunciare la data della riapertura del museo di Baghdad, siamo ancora qui a sperare che la situazione nel Paese torni a normalizzarsi. Per il bene di tutti. Ma per ora la guerra continua a rimanere in vantaggio». Graziano Tavan
Firenze - Parla italiano il museo di Baghdad
A Firenze, un incontro di archeologi ha presentato le immagini delle devastazioni del Museo di Baghdad e i risultati del restauro. Il progetto di riapertura del museo è stato avviato nel 2003, ma è stato bloccato a causa della guerra. Il responsabile del progetto, Roberto Parapetti, ha spiegato che le sale del museo erano già state vuotate delle collezioni preziose, ma le opere di grande valore erano state oggetto di una devastazione folle. Il progetto di restauro ha avviato la ricostruzione dei laboratori e ha preparato tecnici iracheni per il restauro degli oggetti recuperati. Tuttavia, il progetto è stato interrotto a causa della situazione di pericolo nel Paese.
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