Dietro la quinta barocca cera un vuoto che solo la memoria dei più vecchi riempiva Prima della fine dei lavori, Torino era come avesse un grande buco al centro Ho lavorato per nove anni con lansia e il patema di sapere che occorreva assolutamente e velocemente (sic!) riempire il vuoto che la chiusura di Palazzo Madama comportava nella Città. Un vuoto che si è fatto ancora più sentire con la riqualificazione di piazza Castello. La pedonalizzazione della piazza ha portato i cittadini a riappropriarsi di quellarea su cui insiste la facciata del palazzo, un tempo chiamata Piazza Reale. Unarea che manifesta tutta la sua centralità nella scena urbana e rispetto alla quale, non fosse altro per limponenza dellarchitettura juvarriana, è palese il ruolo di protagonista di Palazzo Madama. Ma Palazzo Madama restava assente. Dietro la quinta barocca un vuoto che solo la memoria dei torinesi più datati poteva riempire. Torino era come avesse un grande buco al suo centro, una città-ciambella con il buco. Dico un grande buco non tanto per lestensione fisica dellarea chiusa, quanto per la grande importanza del luogo, il valore simbolico e culturale che comunque traspariva dietro le facciate del palazzo. Era palese che in questa Città cera una pregnante assenza. Unassenza di storia, unassenza di luogo. Il suo recupero, con linaugurazione domani della mostra dedicata ad Alessandro Magno, la prima dopo la fine dei lavori, è il segno di una missione compiuta. Perché Palazzo Madama è la storia di Torino, è il centro geografico della Città, è il monumento più riconosciuto dai torinesi. Ritengo che per i torinesi di antica data, Palazzo Madama sia, più di ogni altro, il luogo di Torino. Nella mia carriera ho gestito negli anni Ottanta la Mole Antonelliana, quando veniva utilizzata quale sede per le mostre della Città. Il monumento divenuto emblematico dellimmagine di Torino. Tuttavia la Mole, per i torinesi, non ha il valore rappresentativo di Palazzo Madama. È piuttosto il simbolo adottato dai nuovi torinesi. Nei primi anni Ottanta si sono realizzate ancora alcune mostre nel Salone del Senato di Palazzo Madama, quando già era attivo lo spazio della Mole, e in quel periodo ho avuto modo di constatare le differenze di pubblici. Come il pubblico della Mole fosse soprattutto un pubblico di immigrati, mentre i vecchi torinesi tendevano ad identificarsi più con le vicende, con le manifestazioni che si tenevano in Palazzo Madama. Forse queste sono solo mie suggestioni, ma credo sarebbe interessante uno studio di approfondimento di questo aspetto. Nei primi tempi del mio incarico di direzione del progetto di restauro e riallestimento del museo a Palazzo Madama, una volta delineati i criteri generali di sviluppo del progetto, uno dei temi su cui si concentrò limpegno fu la riapertura dello scavo archeologico nella sala cosiddetta del Voltone. Il grande ambiente al piano terra dietro latrio juvarriano, che in passato aveva avuto sporadiche utilizzazioni nel percorso museale. Si trattava di una rischiosa battaglia e scommessa, poiché si era consci che valorizzare le testimonianze archeologiche delledificio significava la rinuncia ad un grande spazio espositivo, di forte importanza in un contesto di carenze di spazi per risolvere le necessità delle collezioni. Quando si avviarono i lavori, nonostante le innumerevoli ricerche e studi, non si sapeva con certezza quanto dei reperti documentati da DAndrade, sarebbe stato ancora ritrovato. Oggi possiamo dire che quella scelta, al tempo carica di interrogativi, fu giusta. Le trame archeologiche che si vedono nel Voltone sono ora un elemento fondamentale nel suggellare la funzione simbolica, ancora prima che rappresentativa, del luogo. Si è in qualche modo realizzato nel Voltone una forma di Museo della Città. Daltro canto, sia pur non con questa configurazione e non secondo questo concetto, la realizzazione del Museo di Torino nella Sala del Voltone di Palazzo Madama era un progetto già portato avanti da Vittorio Viale. Anche nella limitata organizzazione della comunicazione attualmente in funzione in quello spazio, è evidente dallapproccio del pubblico, come il penetrare in quello spazio rappresenti una sorta di disvelamento delle trame della città. E realisticamente unicamente in questo luogo di Torino è tangibile la profondità del percorso storico che la città ha seguito. Le tre quinte medioevali, le facciate nord, est e sud di Palazzo Madama, trovano effettivamente una loro ragione e possibilità di comprensione unicamente attraverso questa presentazione dellantica corte del castello, delle sue svariate e complicate fasi costruttive. Rientra comunque nei programmi del museo la realizzazione in questo ambiente di un sistema di comunicazione multimediale maggiormente sofisticato dellattuale programma narrativo, per una più puntuale illustrazione dei numerosi elementi presenti in quel luogo, segni delle svariate vicende costruttive che hanno interessato il sito. Nel progetto è anche prevista la possibilità di allestire in questo spazio i reperti ceramici scavati da DAndrade a fine Ottocento, importanti testimonianze della vita che scorreva tra quelle mura. Le risposte che il pubblico ha dato alla riapertura del Palazzo e del Museo sono ora la dimostrazione tangibile del ruolo che questo complesso riveste nella costruzione dellidentità della Città e della importanza che il Museo ha nellimmaginario di Torino. Questo è, nel senso etimologico del termine, il «Museo Civico di Torino», è listituto che per come si è formato, per i processi storici di costruzione delle collezioni, racconta, più di ogni altro, delle tante storie della città e del suo territorio. Ed è anche quello che, per le caratteristiche sia del contenitore che delle collezioni, meglio esprime lo spirito ed il carattere di Torino. coordinatore dei lavori per il recupero di Palazzo Madama