Viaggio con il direttore dei Beni culturali, Martines, che dà i voti alle opere realizzate nella città vecchia Lanciando una proposta "Dobbiamo realizzare un album in cui raccogliere i migliori interventi affinché indichino la strada da seguire in futuro" -------------------------------------------------------------------------------- Il plexiglass ingabbia anche la fede. A due passi dalla cattedrale, ecco unedicola votiva con una statua della Madonna rinchiusa in una scatola di polimetilmetacrilato: la tradizionale plastica di un giallo orripilante che addobba buona parte di portoni, finestre, verande dei vicoli del centro storico. Eccolo il simbolo del brutto applicato a Bari vecchia, il cattivo gusto che vince e rovina anche la storia, il restauro, il turismo. «Vogliamo fare in modo che la gente impari a scoprire la tradizione architettonica. Non devono osare, basta ricordare: serve il buono non il nuovo». Parla così Ruggiero Martines, direttore regionale dei Beni culturali pugliesi, che in un sabato pomeriggio dinverno ha deciso di lanciare la sua crociata nel centro storico contro il brutto. «Questo è un posto meraviglioso, urbanistica araba applicata alla decadenza, è la stesso fascino che secoli fa ha fatto grande Venezia. Dobbiamo fare in modo che non venga più sfregiata». Come? «Presto partiremo con campagne nelle scuole per insegnare la storia e la tradizione ai bambini di Bari vecchia. Soltanto in questa maniera avranno rispetto della bellezza del loro quartiere e magari impediranno ai genitori di mettere plexiglass o di colorare in maniera improbabile le palazzine». Troppo ottimismo? «Qualche tempo fa alcuni ragazzini dipinsero gli occhi dei leoni di San Nicola. Noi mandammo una nostra restauratrice, i bambini della zona capirono cosa era successo. Il giorno dopo cera una signora che provava a sbiancare con la varechina gli occhi del leone». Per raccontare cosa la storia e le linee di Bari vecchia accettano e cosa no, Martines sceglie per primo il terrazzo della soprintendenza. La cattedrale è vicina di casa. «Ecco, questo non va bene». Con la mano indica il vano tecnico del palazzo che ospita i suoi uffici. «Troppo invasivo, avrebbero potuto nasconderlo di più, arrotondargli le linee. E invece viene fuori un cubo che non appartiene a questo luogo». La prospettiva non cambia guardando la terrazza dirimpettaia, quella di Santa Teresa dei Maschi. O le case vicine. Ma esiste un vademecum del bello? «Possiamo dare alcune linee guida». Capitolo primo. Le tende: «Vanno bene quelle che scendono gradualmente sulla ringhiera, perché così prevedeva la costruzione delle case: i bastoni di legno prima erano incassati nella pietra. Vanno malissimo invece le cappottine. Invadono». Ce ne sono tante. Di fronte alla cattedrale e due passi dietro San Nicola, a Santa Scolastica e in piazza Mercantile. Così come sono tante le antenne. Liane sui terrazzi, spilloni da fachiri puntati sullorizzonte. Il Comune ha provato a farle rimuovere offrendo incentivi. Non cè riuscito. Sopravvivono (anzi, si moltiplicano) anche i portoni finto moderni, le ringhiere stilizzate, le verande scavate nella pietra. I condizionatori. «Per nascondere quegli aggeggi - Martines indica due scatoloni di latta dopo larco di piazza Chiurlia - si potrebbero realizzare coperture in ferro battuto, o magari coprirli di piante. Lanciamo il concorso sul balcone fiorito». Per quello più colorato cè una bella lotta. Alle spalle del commissariato in piazza San Pietro cè la casa Big Bubble, a fasce bianca e rosa. In via Mura del Carmine, sotto linsegna di una macelleria, spunta invece il viola prugna. Ma si può ordinare il bello? «Teoricamente - continua il soprintendente - il Comune e noi, per quanto riguarda gli immobili vincolati, dovremmo effettuare un controllo approvando o meno ogni tipo di ristrutturazione. Purtroppo non sempre ci riusciamo: pochi uomini e troppa burocrazia». Qual è allora la soluzione? «Istituiamo un album di quello che va bene o quello che non va bene. Se una signora deve rifare il portone, la finestra, un balcone, può consultare un catalogo in cui le mostriamo una decina di esempi per ciascuna tipologia. Lei sceglie quello che le piace di più, magari il Comune le offre un incentivo così è più felice. E il centro storico ne guadagna: non cè il rischio che diventi tutto uguale. Ma tutto molto più ordinato, affascinante, magari anche decadente. Sicuramente più bello».