Il travaglio è finito, il nuovo volto del ministero per i Beni e le attività culturali è delineato nei dettagli. Il decreto legislativo di riforma del dicastero è arrivato alla versione definitiva e sarà discusso nel consiglio dei ministri del 28 agosto. Come dato più eclatante, abolisce i poli museali di Venezia, Firenze, Roma, Napoli e della soprintendenza archeologica della capitale: li mette prima sotto l'ombrello dei nascituri dirigenti regionali, dal 1 gennaio 2004 al 31 dicembre 2005, poi li cancella del tutto. Quei poli, creati rispondendo a esigenze di autonomia, vedono in prima fila musei quali l'Accademia in laguna, Uffizi, Accademia e Palatina a Firenze, la Borghese a Roma, Capodimonte a Napoli. Avranno invece moltissimo potere quei 17 funzionari che saranno nominati dirigenti nelle Regioni a statuto ordinario, in Sardegna e Friuli Venezia Giulia. I «normali» soprintendenti di settore o del territorio dovranno rispondere a loro, non saranno più pari, e non apprezzeranno molto. Contro questa riforma, che entra in vigore il 1 gennaio 2004, si annuncia già uno sciopero di protesta: lo ha proclamato la Uil per Ferragosto. Con alcune varianti significative apportate in corso d'opera, si conferma lo schema presentato qualche mese fa su queste pagine. «Il ministero si articola in quattro dipartimenti e in quindici uffici dirigenziali generali» e, «altresì, in diciassette uffici dirigenziali generali costituiti dalle direzioni regionali per le antichità e le belle arti», recita l'articolo 1, quello che da il la al decreto. Si creano quindi 36 direttori generali: su questo numero e relativo peso finanziario si tornerà tra poco perché c'è polemica. Conviene notare che il ministro può conferire «anche presso enti od organismi vigilati fino a sei incarichi di funzione dirigenziale generale, anche in posizione di fuori ruolo». Potenzialmente allora si può arrivare a 42. Cosa comprende il quartetto dei dipartimenti lo dice l'articolo 4: quello per le antichità e le belle arti (il cui capo rimpiazza il segretario generale che svanisce nel nulla), quello per gli archivi e le biblioteche, quello per l'innovazione, l'organizzazione e la ricerca, infine quello per lo spettacolo e lo sport (converrà dire che la direzione generale dello sport, che era un doppione, è scomparsa per le tante critiche). Le belle arti è l'ufficio cruciale: qui finiscono le direzioni generali per l'architettura e l'arte contemporanee (la Darc sopravvive ed è un bene), per i beni archeologici, per i beni architettonici e il paesaggio, per il patrimonio storico, artistico ed etnografico (si dissolve la dizione «demoemoantropologico» e qui rientrano i musei). Il secondo ufficio dice tutto nel nome, ha due direzioni e include gli istituti culturali. L'ufficio innovazione risponde da un lato di affari generali, risorse umane e formazione («abbiamo avuto continue sollecitazioni per inserire la formazione del personale», dicono al ministero), dall'altro di innovazione tecnologica e promozione (termine che rimpiazza la criticatissima e ora non prevista direzione marketing). Il quarto dipartimento comprende la direzione per il cinema e quella per la musica e per il teatro (questo, dapprima mancante, c'è in seguito ad animate proteste). Poi arriva l'articolo quinto. Istituisce 17 direzioni regionali per le antichità e le belle arti con sede nei rispettivi capoluoghi. I direttori saranno dirigenti di prima fascia (la più alta) mentre gli attuali soprintendenti per il territorio regionale, che saranno soppressi, oggi sono di seconda fascia. La distinzione è pura burocrazia ma vuol dire soldi. La riforma non deve comportare aggravi di spesa. Quindi? Secondo gli uffici ministeriali non cambia nulla perché oggi chi è competente, per dire, in Toscana o Liguria o Lazio ha in realtà lo stipendio di prima fascia. Dal 1 gennaio i titolari di quelle aree potranno essere un concentrato di potere: rappresenteranno direttamente il ministro e questo vuole Urbani. A prima vista sono soprattutto due le conseguenze; innanzi tutto i soprintendenti territoriali o di settore che finora rispondono al ministro, e dispongono di una relativa discrezionalità, si ritroveranno sottoposti a un collega e non gradiranno molto; seconda conseguenza, fino al 31 dicembre 2005 questi dirigenti regionali «sono contemporaneamente titolari delle soprintendenze dotate di autonomia» (dal provvedimento Pompei è stata esclusa all'ultimo tuffo). Lasciati in vita per due anni perché a eliminarli subito si rischiava il caos, nel 2006 i poli museali moriranno. L'intento di Urbani è puntare alle fondazioni. E qui compare una sorpresina: «il ministero può costituire o partecipare a fondazioni cui conferire in uso i musei» dice l'articolo 6. Quel «può» non vincola, lascia la possibilità di valutare strada facendo, né è detto che sia lo Stato a creare le fondazioni. Di certo si apre all'incertezza la sorte degli attuali responsabili dei poli: Giovanna Nepi Scirè a Venezia, Antonio Paolucci a Firenze, Claudio Strinati a Roma, Adriano La Regina per l'archeologia nella capitale, Nicola Spinosa a Napoli. Nulla vieta loro di correre per la carica regionale, ma nessuno può escludere che il ministro, così come sarà il dicastero, non tenga conto di orientamenti politici. «Il ministero è organizzato secondo i principi di distinzione fra direzione politica e gestione amministrativa, di decentramento e autonomia delle strutture», scrive Urbani nel testo, considerando la riforma un atto di decentramento. In realtà si può leggere il testo nel modo opposto: proprio far convergere tutto in quattro dipartimenti con capi nominati dal ministro, proprio il potere conferito a chi guiderà l'arte nelle regioni e sarà scelto dal ministro, sono soluzioni che sembrano imporre una virata verso una gerarchizzazione più stretta, verso un maggior controllo dei soprintendenti. Pei gli organi consultivi il decreto, al posto del consiglio nazionale dei beni culturali, immette il Consiglio superiore per i beni culturali e il paesaggio, Superiore? Che vuol dire? «Dare l'idea di un'alta, vera consulenza tecnica e scientifica del ministro». Restano i comitati tecnico-scientifici. E spuntano le conferenze permanenti presso le direzioni regionali. Le prime reazioni? Non troppo lusinghiere. Giovanna Melandri, già responsabile dei Beni culturali: «Anche alla luce dei forti tagli di questi anni imposti dal titolare dell'Economia Tremonti, la complessa controriforma con cui Urbani desidera cancellare la riforma del '98 rischia di consegnare un ministero che assomiglia a un labirinto di stanze vuote». Il segretario di settore della Uil, Gianfranco Cerasoli, sull'ipotesi delle fondazioni e sui poli museali afferma: «Urbani calpesta i principi di autonomia tecnico scientifica e finanziaria nonché la funzionalità delle più grandi realtà espositive del nostro sistema», da vita a «una spropositata mole di nuovi direttori generali». Il sindacato proclama uno sciopero a Venezia, Firenze, Roma e Napoli per il 15 agosto. Se il buon giorno si vede dal mattino...
l'Unità
5 Agosto 2003
Soprintendenti addio, arrivano i direttori
ST
Stefano Miliani
l'Unità
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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