In occasione della recente inaugurazione del Centro italiano della cultura del carbone di Serbariu (Carbonia), il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha detto che «senza trovare le radici del passato è impossibile pensare al futuro». Un monito che pare aver guidato l'opera degli amministratori locali, quando decisero di recuperare alla memoria collettiva e all'utilizzo pubblico i beni ex minerari di Serbariu. Ma l'opera - e spesso la tragedia - dei minatori sardi non si è certo manifestata ed esaurita solo a Carbonia. Non possiamo tacere sul rischio che corrono altri luoghi della memoria e del lavoro che testimoniano le sofferenze e lo sfruttamento nelle miniere. Masua, Ingurtosu, Naracauli, Monte Agruxau, Pitzinurri, siti inseriti nel Parco geominerario della Sardegna e dichiarati dall'Unesco di interesse internazionale, stanno per essere cartolarizzati in favore delle multinazionali del mattone e del turismo d'élite per un'idea di sviluppo economico che passa attraverso l'alienazione della terra sarda per realizzare alberghi di lusso, centri benessere e campi da golf. Uno degli ultimi lembi di Sardegna in cui la natura è incontaminata, scampato agli appetiti della speculazione immobiliare, ora è a rischio in una zona delicatissima dal punto di vista ambientale: lì vive il cervo sardo, è l'area delle bellissime dune di Piscinas, delle magnifiche rovine di Naracauli. Paesaggi e luoghi che hanno fatto da teatro ai racconti di Sergio Atzeni, Giampaolo Pansa e Francesco Masala. Di fatto, il bando regionale preclude ogni possibilità di iniziativa da parte del Parco geominerario e prescrive la necessità di una bonifica ambientale, salvo poi spiegare che sarebbe a spese della Regione, nonostante nel 2001 la stessa si fosse impegnata a trasferire la proprietà agli enti locali. Siamo di fronte all'ennesimo fenomeno di privatizzazione dei benefici e socializzazione dei costi che porterà coloro che si aggiudicheranno questi beni a una capitalizzazione pro domo propria di esternalità pubbliche, ovvero alla sempre nuova rappresentazione del fallimento di quei "mercati" che si vorrebbero liberi e indipendenti ma che poi, senza una mano pubblica, non rischiano mai del loro. Quando la memoria storica di questi luoghi, il paesaggio e i beni ex minerari finiranno in qualche fondo speculativo immobiliare, cancellati dall'ennesimo villaggio vacanze, per tre mesi l'anno e qualche posto da cameriere, potranno dire i sardi di avere valorizzato al meglio il loro patrimonio storico, culturale e ambientale? Pare giunto il momento di sospendere la svendita del territorio per verificare, insieme a comunità locali, parti sociali, associazioni culturali e ambientaliste, se esista un differente e più appropriato percorso per dare risalto a tali beni, senza che di questi si debba necessariamente e definitivamente spogliare la parte pubblica. (Presidente Commissione ambiente del Senato, vice-capogruppo del Prc)