A Firenze è scoppiata una polemica, in questi giorni tra Soprintendenza e il Comune. Poi si è aggiunto l'allarme della Curia per il degrado della città e il sindaco Domenici ha rilanciato dichiarando che vuole assumere dallo Stato la gestione del David di Michelangelo. I soprintendenti non ci pensano minimamente a cedere su questo punto e vogliono ricorrere alla Corte Costituzionale. Insomma c'è in atto una polemica piuttosto feroce, senza dimenticare che la Regione, prima in Italia, chiede l'autonomia sui Beni culturali. L'autonomia locale sui Beni culturali è una contraddizione in termini: ci sono Beni culturali che non avranno mai un valore solo locale, è come chiedere l'autonomia sulla lingua, quando la lingua italiana è storicamente la continuazione della lingua toscana. L'autonomia della Toscana nell'amministrazione dei Beni culturali sarebbe un danno per la Regione stessa, conferirebbe una dimensione locale a ciò che in realtà è culturalmente italiano, anzi internazionale. Due critici stranieri, Bernard Berenson e John Pope-Hennessy, hanno fatto per l'arte fiorentina più di quanto potranno mai fare - lo dico con il massimo rispetto per loro - il sindaco Domenici e il presidente regionale Martini. Vogliamo dire che lo hanno fatto «illecitamente», visto che si sono occupati di cose che esulavano della loro terra d'origine? No, perché Firenze era anche di Berenson e di Pope-Hennessy, così come oggi è patrimonio di tutti coloro che ritengono di appartenere alla più evoluta civiltà universale. Non si può affermare, un giorno, che Firenze è un bene dell'Umanità intera e il giorno dopo che è proprietà della Regione Toscana. Altro che ufficio di provincia, dovrebbe esserci una soprintendenza mondiale a occuparsi di Firenze, dei «caschi blu» della cultura con gente di qualità paragonabile a quella di Berenson o di Pope-Hennessy (anche italiani o toscani, s'intende!). Purtroppo, quando la politica si occupa di Beni culturali, lo fa troppo spesso ricorrendo alla retorica, perché è l'unico modo con cui cerca di mascherare la sua «sciagurata» incompetenza in materia. Li abbiamo mai visti i cursus studiorum dei nostri politici, a partire dalle poltrone che stanno più in alto? Cosa hanno mai studiato di storia dell'arte nella loro vita? Cosa possono saperne oggi, con quelle preparazioni, quando si ritrovano a dover amministrare cose enormemente più grandi di loro? Chiunque abbia studiato la storia dell'arte con un po' di serietà, chiunque abbia maturato un po' di esperienza diretta su come funziona l'amministrazione dei Beni culturali in Italia, sa benissimo che, al momento, il trasferimento di poteri alle Regioni è un'eresia. Il principio dell'amministrazione regionalizzata potrebbe avere in astratto anche una sua validità, ma nella situazione attuale è del tutto inapplicabile. Le regioni non sono ancora in grado di formare competenze qualificate che possano sostituire quelle dell'amministrazione statale; manca il personale perché mancano le scuole, i corsi, gli insegnanti, che dovrebbero essere necessariamente di dimensione nazionale, se non internazionale. Ci vorranno almeno vent'anni prima che le regioni possano organizzarsi in questo senso; nel frattempo cosa si dovrebbe fare, mettere beni d'interesse universale in mano di impiegati regionali, usciti da chissà dove, come vorrebbe la retorica dei politici «regionalisti»? L'unica strada possibile sarebbe quella della conversione dell'amministrazione statale in regionale; quale sarebbe il vantaggio per la collettività nell'essere amministrati da un'identica struttura che avrebbe solo cambiato nome? Se si lasciasse perdere la retorica e si guardasse alla realtà, ci si renderebbe conto che in Italia l'amministrazione regionale dei Beni culturali già esiste. In Sicilia gli attuali poteri della Regione non sono certamente inferiori a quelli che Martini vorrebbe per la Toscana. Ebbene, ci sono stati risultati così soddisfacenti? Dove sono stati i miglioramenti? Se c'è un problema di assoluta urgenza nell'amministrazione dei Beni culturali è il miglioramento della macchina statale: troppi pochi soldi, troppo poco personale, troppe competenze ineguali e mal distribuite da ufficio a ufficio e da luogo a luogo (alcuni bravissimi, altri incapaci). Vogliamo aggravare le cose pensando all'assurdità della «regionalizzazione» e mandando all'aria anche ciò che in Italia c'è di buono? Lo Stato italiano ha il diritto e il dovere di esercitare in maniera esclusiva la tutela e la conservazione del suo patrimonio storico, artistico, paesaggistico. Esattamente come ha il diritto e il dovere di mantenere l'ordine pubblico; è un compito del tutto parallelo. Negare l'uno è come negare l'altro: finisce il concetto stesso di Stato, non avrebbe senso se non fosse in grado di assolvere a questi compiti di primario interesse pubblico. Mi spaventa questa mancanza di senso dello Stato, prima ancora del patrimonio, che gli amministratori locali dimostrano quando vorrebbero liberarsi degli «scocciatori» delegati alla tutela. È il segno di un degrado per cui ciò che è statale viene visto in modo sempre più negativo e dove l'interesse della collettività è sentito come un ostacolo agli interessi dei singoli. Il resto si può discutere, compresa la stessa proprietà materiale del patrimonio. Perché tutto sommato non è fondamentale che il David di Michelangelo sia di proprietà dello Stato o della regione (perché non della città, del Comune, del quartiere, del palazzo?). L'importante è che sia solo lo Stato a pensare alla sua tutela e conservazione; non ci possono essere confusioni o sovrapposizioni di ruolo. Al massimo le amministrazioni locali potranno creare delle strutture che in questo senso siano di supporto allo Stato, agevolando il suo lavoro e rendendolo più efficiente. In questi termini si può parlare di «regionalizzazione», ma nel senso di un'amministrazione secondaria, mai di una sostitutiva. Diverso è il discorso sulla gestione del bene: se è vero che il David di Michelangelo determina degli oneri economici per il Comune, questo potrebbe anche pretendere una parte degli introiti che provengono dalle visite alla Galleria dell'Accademia. Oppure gestire direttamente la Galleria, pagando un canone annuale allo Stato. Con la condivisione dei guadagni, il Comune potrebbe istituire un fondo per la manutenzione ordinaria della città, Non mi sembrerebbero richieste assurde, fermo restando l'obbligo della tutela di Stato. Non c'è dubbio che esprimendo un parere sul degrado delle piazze di Firenze lo si esprima anche su quello che fa la giunta comunale. Questo, però, non vuoi dire affatto che monsignor Timothy Verdon stia facendo dell'indebita politica d'opposizione attraverso ruoli che dovrebbero vederlo neutrale. Dovrebbe stare zitto, come se la cosa non lo interessasse? Domenici ha tanto consenso a Firenze; che male c'è se qualcuno la vede in modo diverso da lui? A me, poi, sembra del tutto meritorio che persone come Verdon facciano l'opposizione che i partiti non sanno fare. A Firenze hanno già fatto danni enormi, penso al sottopasso davanti alle Cascine; penso anche ai lavori intorno alla Fortezza, per l'alta velocità ferroviaria. Penso soprattutto alla linea 2 della tramvia che andrà a passare davanti al Duomo. Queste mi sembrano cose più serie di quanto non siano le polemiche estive sul David. Non tutto dipende dal Comune, naturalmente, ma è chiaro che se le cose vanno in questo modo, certe preoccupazioni di Verdon o di un cittadino qualsiasi per la situazione momentanea di Firenze non sarebbero campate in aria. Ripeto, è Firenze che è eccezionale, e come tale non può essere concepita nella ristrettezza della dimensione locale. Bisogna amministrarla in modo eccezionale. Avessero detto a Spadolini che Firenze è un problema della Toscana solamente, sarebbe rimasto inorridito. Firenze è dell'Italia e del mondo, dovrebbe sempre meritare le migliori soluzioni possibili, dovrebbe sempre usufruire delle professionalità più qualificate. Questo suo essere capitale culturale d'Italia e del mondo dovrebbe implicare una responsabilità diretta e primaria dello Stato nella sua gestione, ma d'ausilio a Domenici, una funzione secondaria in parallelismo inverso rispetto al rapporto Regione-Stato sulla tutela, perché tutti concorrano a trovare le soluzioni tecnicamente più adatte ed economicamente più munifiche per Firenze.