Rutelli lo ha fatto disegnare agli americani: sembra un cetriolo, dovrebbe promuovere l'Italia all'estero. Il Governo s'attacca al logo. Pioggia di critiche sul marchio "it", che dovrebbe rilanciare il turismo. Bocciato dai sociologi, dagli esperti di pubblicità e nei sondaggi su internet il simbolo presentato a Palazzo Chigi da Prodi e Rutelli. E oggi parte il sito Italia.it Roma. Leggi "It", vedi il logo, poi le loro facce, poi torni al logo. E ti chiedi: è la promozione del marchio turistico dell'Italia o il remake dell'horror di Stephen King? Eppure alla conferenza stampa di Palazzo Chigi, Prodi, Rutelli e il sottosegretario Levi ce la mettono proprio tutta per convincere la platea di quanto è bello il nuovo simbolo che dovrebbe rilanciare l'Italia nel mondo. Il premier, però, mette subito le mani avanti: «Io non c'entro niente. È tutto merito suo». E addita Rutelli. Il ministro dei Beni culturali ovviamente non coglie l'implicito curiale rimpallo di responsabilità, e gongola ignaro, mostrando il capolavoro: una i nera con tanto di puntino rosso e una t verde sbilenca a forma di cetriolo. Il tricolore va intuito con grande sforzo di immaginazione. Lo slogan che lo accompagna? "L'Italia lascia il segno". Un segno lo ha lasciato sicuramente nelle casse dello Stato: gli ottantamila euro sborsati alla agenzia americana che si è aggiudicata il bando di gara nell'autunno scorso. Un'agenzia prestigiosa, la Landor del gruppo internazionale Wpp, che ha lanciato alcuni tra i prodotti più conosciuti nel mondo come la Pepsi negli Stati Uniti e in Italia marchi come Alitalia e Bnl. Insomma una multinazionale del settore, che ha superato la concorrenza di altre 56 agenzie in lizza. Ma sarebbe come prendersela con il parrucchiere di Britney Spears per il fatto che si è rasata a zero. Rutelli tra l'altro, è pure recidivo: fu lui, quando era sindaco della Capitale a varare il progetto per la copertura dell'Ara pacis, che i romani hanno ribattezzato con definizioni non pubblicabili. Ma lui se ne infischia e illustra con queste parole "la cosa" alla platea: «È un marchio che presenta un'immagine unitaria dell'Italia, che riassume, con due sole lettere, tutta la bellezza del nostro Paese» Con questo simbolo «l'Italia fa gioco di squadra» per «tornare a essere al massimo competitivi nel turismo internazionale». Al pari di numerosi altri Paesi in giro per il mondo. Ma il logo della Spagna non è realizzato da una multinazionale ma è tratto da un disegno Juan Mirò. A proposito di artisti, nessuno avrebbe potuto partecipare al bando di gara per il marchio italiano. I requisiti chiesti in Gazzetta Ufficiale prevedevano infatti solo la partecipazioni di grandi aziende e non di singoli professionisti. Scettici gli esperti, che promuovono le intenzioni, ma bocciano il risultato. Sentite Lorenzo Marini, guru della pubblicità: «Con un marchio è difficile rappresentare l'Italia, cosi frammentaria e con le sue specificità. I love New York, il pugno dei comunisti, il braccio teso dei fascisti, non sono nati come marchi, ma sono diventati tali. Se non c'è un contenuto forte, è difficile che esista un marchio. Il problema è che l'Italia è un Paese esteta, che non bada al contenuto ma alla forma». Saro Trovato, presidente di Mete Comunicazione, non da un giudizio negativo, ma osserva che «per valorizzare il logo bisogna vendere l'Italia come un prodotto unico, con un'immagine coordinata e con una strategia unitaria. Oggi penso non si è pronti a far ciò perché vive proprio l'opposto, ovvero ogni Regione segue, o meglio insegue una sua strategia di marketing e di comunicazioni tante volte distante anni luce con le altre». Per Lillo Perri, decano della comunicazione pubblicitaria in Italia, «un logo non serve a niente se non ha contenuti, e quindi anche l'iniziativa risulterebbe banale e priva di senso se non viene alimentate da una serie di iniziative concrete che ne definiscano il reale valore, la riconoscibilità, la credibilità, l'identità e quindi la distinzione». Ancora più severi i sociologi. «Si poteva fare di meglio, forse risulta difficilmente decodificabile», commenta Sabino Acquaviva. Sulla stessa linea d'onda Alberto Abruzzese: «Mi piacerebbe capire quali ricerche siano state fatte sulla percezione che gli stranieri potrebbero avere di fronte a questo marchio». Per il decano dei sociologi italiani Franco Ferrarotti, il logo Italia «è certo meglio del tradizionale stivale ma ci si sarebbe aspettati un impatto maggiore». È pollice verso anche per il popolo di internet. Ieri sera sul portale di Repubblica la stragrande maggioranza dei navigatori bocciava il logo. Lo contesta perfino don Fortunato Di Noto, accusando il governo di avere dimenticato la Sicilia e la Sardegna. «Le isole cancellate nel logo che dovrebbe rappresentare l'Italia, penisola e isole. Chiedo almeno l'aggiunte di qualche segno grafico che indichi anche la presenza delle isole che fanno parte dell'Italia». Ma le disgrazie non vengono mai sole: oggi a Milano si replica, con la presentazione del portale in internet Italia, it.