A volte ci sono delle assenze, delle sparizioni, che tendiamo a dimenticare. Può succedere anche con le consuetudini collettive. Volendo rinfrescare la memoria: nelle estati dal 1996 al 2001, con una piccola coda l'anno scorso, numerosi musei e siti archeologici statali aprivano anche la sera. Viceversa quest'anno, al tramonto, tutti i portoni dell'arte gestita dal ministero per i Beni e le attività culturali restano sbarrati. Perché il ministro dell'Economia Giuliano Tremonti non vuole. Si parla di posti piuttosto noti, belli e frequentati: gli Uffizi con l'affaccio notturno su Ponte Vecchio e l'Accademia a Firenze, la Galleria Borghese e la Domus Aurea a Roma, la Villa Adriana a Tivoli che in notturna regala suggestioni particolari, la Galleria nazionale di Urbino, il Cenacolo vinciano e la Pinacoteca di Brera a Milano, ad esempio. Volendo infierire: si parla del Museo Egizio a Torino, del Palazzo Reale e di Capodimonte a Napoli, della Reggia di Caserta, del sito archeologico di Paestum, dell'enigmatico Castel del Monte in Puglia, del Museo archeologico di Reggio Calabria con i Bronzi di Riace. Era «l'arte sotto le stelle», invenzione veltroniana e portata avanti da Giovanna Melandri che era arrivata ad aprire un centinaio di luoghi da luglio a settembre. Fino al 2001 aveva sostanzialmente rette, nel 2002 erano rimaste appena tre giornate, dal 14 al 16 agosto. Da notare che quelle porte venivano spalancate ricorrendo al personale del ministero tramite incentivi e accordi con i sindacati confederali, non ricorrendo a società o agenzie esterne. E quelle porte venivano varcate, oltre che dai turisti, anche da parecchi cittadini presi durante il giorno da impegni e lavoro. Era un'iniziativa di civiltà. Di cui quest'anno è sparita ogni traccia. Eppure i sindacati confederali erano disponibili a trattare, non ponevano preclusioni. L'unica condizione erano garanzie per assumere i 2.280 precari il cui contratto scade il 31 dicembre. Le indiscrezioni lasciavano trapelare buone aspettative: sembrava che il Dpef 2004-2007 (il documento di programmazione economica e finanziaria) contenesse qualche cenno sulla sorte di questi lavoratori che da quattro anni contribuiscono a tenere aperti musei, siti archeologici, biblioteche, archivi. Il ministro per i beni culturali Giuliano Urbani sembrava contarci. Invece sull'argomento il Dpef tace, Tremonti ha vinto. «Urbani ha fornito l'ennesima prova di sudditanza a logiche miopi, definite economiche - attaccano i responsabili di settore Libero Rossi della Cgil e Claudio Caldara della Uil - il funzionamento dell'intera macchina dei beni culturali e la sua efficacia non è una priorità del governo, forse è il presupposto per dimostrare che privato è bello salvo poi far ricadere su tutti i danni prodotti da una certa privatizzazione disinvolta». «Il ministero non è stato in grado di costruire una benché minima proposta neanche in occasione del Semestre di Presidenza Italiana quando tutti gli occhi e l'attenzione del mondo sono puntati sul nostro paese», insiste Gianfranco Cerasoli della Uil: e non esita a bollare l'estate senza musei e aree archeologiche aperte di sera come «il fallimento di Urbani e un danno al sistema cultura e turismo italiano».