LA RISCOPERTA Carlo Lorenzini, noto a tutti come Collodi, fu sempre animato da due grandi passioni, quella patriottica e quella educativa. Comprensibile la prima: la fiammata del 48 lo infuocò ventiduenne, nelle fila dei volontari toscani, e lo temprò dapprima a Montanara, facendone poi un «mazziniano sfegatato», come lui stesso si definì burlescamente. Meno ovvia la seconda, se è vero che lo studio - prima presso gli Scolopi e poi al seminario di Colle Val DElsa - gli andava poco a genio, tanto che nelle sue "Storie allegre" si descrisse come «lo scolaro più irrequieto e impertinente». Ma la voglia dimparare fu sempre vivissima in lui. Fin dal 1846, dipendente della libreria Patti, ebbe come mentore il paleografo Aiazzi. Ne trasse gran giovamento, quasi quanto dalla sua attitudine allosservazione della realtà minuta e soprattutto dellinesauribile mondo dellinfanzia. Lo sbocco nel giornalismo (che potremmo dire la sua terza grande passione) fu naturale e precoce, come cronista e critico teatrale. Già nel 48 fondava il giornale umoristico "Il lampione", volto a «far lume a chi brancolava nelle tenebre», ma destinato a subire la mannaia della censura con la restaurazione del granducato. Ottenuto un posto come segretario della Prefettura di Firenze, svolse unintensa attività pubblicistica presso varie testate, dedicandosi anche alla traduzione di Perrault e alla produzione di drammi e romanzi. Nel 1860, con il dialogo apologetico antifrancese "Il signor Albèri ha ragione!", assunse lo pseudonimo di Collodi, traendolo dal paese natale della madre. È lannuncio di una svolta. Sempre più frequentemente LorenziniCollodi scrive per i bambini e per i ragazzi, dando sfogo a una vena pedagogica che culmina con la creazione di due personaggi che servono da bozze al puer aeternus Pinocchio, ovvero Giannettino e Minuzzolo. Il primo, in realtà, era una rielaborazione di una creatura di Luigi Alessandro Parravicini, autore del celebre "Giannetto. Letture pe fanciulli e del popolo" del 1837. Quarantanni dopo, il Giannettino collodiano mantiene una vocazione didascalica, coniugandola a unistanza risorgimentale (sintesi, daltronde, operata anche dal De Amicis), ma rivela altresì una diversa sensibilità per il mondo intrinsecamente picaresco delladolescenza. Pur non essendo né un Lazzarillo né un Tom Sawyer, il Giannettino di Collodi è un curioso escursionista che pone domande poco fanciullesche (come è stato giustamente notato) ma esprime quellirrefrenabile desiderio di scoperta in cui consiste lavventura della prima giovinezza. Il piccolo esploratore, in dialogo epistolare con Minuzzolo e soprattutto sotto la guida solerte dellenciclopedico dottor Boccadoro, sorta di Virgilio dalla risposta prontissima e doviziosa, è protagonista di un formativo "Viaggio per lItalia di Giannettino", ora riproposto in anastatica dalle Edizioni Leading di Bergamo, che rappresenta un felice tentativo di fondare il nuovo Stato unitario su un sapere condiviso e una comparazioneequiparazione degli usi e dei costumi. A partire dal 1880 fino al 1886, i tre volumi del voyage giannettiano ("LItalia superiore", "LItalia centrale" e "LItalia meridionale") interpretano in chiave divulgativa lesigenza del DAzeglio di fare gli italiani dopo aver fatto, alla belle meglio, lItalia. Ricca (ancorché imprecisa) di informazioni pratiche e di dati statistici, soprattutto riguardo al numero degli abitanti e ai tempi delle linee ferroviarie (non troppo più lenti di quelli odierni), lopera è infatti un vademecum più civico che turistico che registra con positivistico ottimismo la «nascita di una nazione» in sedicesimo e in fieri. In Sicilia il grand-tour raggiunge uno dei luoghi deputati dellagiografia post-risorgimentale. Due rievocazioni storico-mitologiche spiccano infatti tra le descrizioni quasi sempre edificanti e amene del paesaggio e della popolazione: la rivolta del Vespro e limpresa dei Mille. Sotto legida di Dante e con il conforto di Michele Amari, la prima rappresenta una sorta di prologo o di annunciazione di un destino nazionale, quasi nei modi simbolici di una profezia. A Garibaldi spetta invece il compito di avverare e incanalare quel presagio dindipendenza con lincredibile sbarco a Marsala e lentusiasmante epopea delle camice rosse e dei picciotti, su cui Collodi si sofferma in chiave apologetica interrompendo listruttivo e spassoso andamento ciceronistico del libro. Tuttavia, la tappa insulare di Giannettino ubbidisce a due imperativi delleditoria popolare del tempo: da un lato un processo politico di avvicinamento e assimilazione dei territori lontani del Regno, e dallaltro anche unesaltazione degli aspetti pittoreschi ed esotici, così attraenti per i lettori settentrionali, ovvero per il pubblico, non ancora «massa» ma già significativo come fenomeno sociale, della nascente industria culturale. Collodi si barcamena abilmente tra queste due esigenze talora antitetiche: nel modo di fare dei siciliani individua «qualche cosa che rassomiglia alla mollezza degli orientali», ma prontamente annulla questa sensazione di estraneità sottolineando «lindomabile patriottismo» di Palermo, «italianissima città». E, pur accennando alle rivendicazioni autonomistiche della Sicilia nei riguardi della corona borbonica, dà risalto soprattutto allaspirazione «a confondersi nella comune patria italiana, divenuta una, libera e indipendente». Il «plebiscito solenne» di adesione al Regno dItalia, di cui Ciccio Tumeo nel "Gattopardo" denuncia gli inutili brogli, assume dunque i toni esclamativi e scolastici di una lezione memorabile («prendine ricordo di questa data!»). Con gli occhi ingenui del suo Giannettino, lo sguardo di Collodi scorre curioso e divertito, ora elogiando compitamente lantica «terra dei grandi uomini» o lubertosissima «terra promessa», ora invece riservando una garbata ironia allusanza di fare «grandissime scorpacciate» nel giorno dei morti «in segno di lutto», oppure alla «strana costumanza di condannare i poveri morti a star ritti e appoggiati al muro come se fossero sempre vivi». Acutamente, Collodi coglie il carattere funereo e insieme godereccio del folclore siciliano, ma non si lascia trascinare dal pregiudizio o dal facile bozzettismo. Della miseria non fa un quadro che possa commuovere il senso etico-estetico del lettore borghese, e raccomanda di non pensare «che il popolino palermitano abbia qualche cosa di veramente particolare e caratteristico», giacché «la miseria ha una fisionomia di famiglia, che non cambia mai per mutar di clima o di paese». Né indulge al paesaggismo oleografico. A dispetto di Goethe, il decantato profilo del Monte Pellegrino gli sembra «la schiena di un grosso cane spelacchiato». Senza mai citare Pitré, che pure in quegli anni poneva le basi della demopsicologia, Collodi dimostra una particolare attenzione alle tradizioni popolari: rimane colpito dal rito del "Nannu", dalla maschera di Pasquinio, dai brutti ceffi e dalle gambe corte delle marionette siciliane, ossia i pupi, «eroi di legno» che appassionano con i loro bruschi movimenti la povera gente dei vecchi quartieri. In particolare si sofferma sul "Gioco di Tutui", sorta di teatrino ambulante con un "Pulcinella di legno" azionato da un burattinaio che chiama a gran voce i monelli dei catoi per rappresentare leterna commedia della civettuola Colombina e del geloso Tartaglia, «collapparizione di un terribile cane» nel finale a risolvere i dilemmi del triangolo amoroso. A Collodi sembra uno spettacolo in tutto simile al Castello dei burattini di Firenze, ormai caduto in disuso. Ma a noi quel suo insistere sulla materia lignea delle marionette e sulla loro problematica animazione rievoca subito (con singolari riscontri, come per esempio un giocoliere-Mangiafuoco che si esibisce a Trapani) la figura di Pinocchio, la cui apparizione risale al 1883, e segnatamente lepisodio del capitolo XXVII in cui un cane mastino è aizzato alle calcagna del malcapitato burattino. Tutta la celeberrima fiaba, daltronde, riecheggia una miseria meridionale che fa del bambino di legno un poverocristo tra miserabili irredenti (il che spiega, tra laltro, lattenzione di intellettuali e artisti siciliani, dal filosofo Vito Fazio Allmayer al pittore Pippo Madé, per questo straordinario capolavoro del canone letterario nazionale). Il compito che Giannettino non assolve, ossia unire davvero lItalia in un unico panorama sentimentale di orgogliosa fratellanza, viene invece eseguito da Pinocchio, nella cui passione e nel cui calvario, ambiguamente risolti nelledulcorata metamorfosi del lieto fine, lItalia del dolore e della fame, dellemigrazione e del bisogno troverà, per qualche tempo, unicona didentità e di comunanza. Ma ciò molto prima che il burattino a cui cresceva il naso ad ogni bugia diventasse una mistificata star del firmamento disneyano.