Il pilastro dellantica costruzione è tutto ciò che resta del vecchio luogo di culto dei musulmani la storica "La funzione del luogo conferma che la convivenza a Genova era una realtà già nel passato" lo studioso "Vigeva un regime di reciprocità con gli stati barbareschi, i cappuccini potevano officiare ad Algeri" Il pilastro, dellantica moschea di Genova, divide due uffici di funzionari, nella Biblioteca della Facoltà di Economia e Commercio, in Darsena. I conci di pietra di promontorio, la sezione a croce greca: è tutto ciò che rimane del luogo in cui tra Cinque e Seicento si riunivano a pregare i musulmani di Genova. Schiavi, per lo più. Ma pure mercanti. Era lì davanti a tutti, proprio vicino alla sala di lettura della Biblioteca che gli studenti e i bibliotecari, senza pensarci su, hanno ribattezzato proprio "sala moschea". Perché è un enorme vano, partito da pilastri, identici a quello antico ma ricoperti dallintonaco, ripetuti in cemento armato e il soffitto è unininterrotta serie di volte. Assomiglia davvero, alle grandi moschee del mondo arabo, mancano solo le maioliche. Probabilmente ledificio, preesistente, venne concesso ai musulmani come luogo di culto. Rimane però la certezza che questo pilastro di pietra nera è lunico reperto concreto di unantica moschea in città. «Quellunica colonna ha resistito per secoli, anche al profondo degrado ottocentesco delledificio e ai rifacimenti degli anni Venti - spiega Paola Massa, preside della Facoltà di Economia - ed è vero, la sala di lettura, in gergo, per noi è "la moschea"». Marina Faggiani, direttrice della Biblioteca, è un po stupita dellinteresse che suscita quellelemento antico con cui convivono tranquillamente dal '96, quando è stata inaugurata la Facoltà di Economia in Darsena. Nei giorni dumidità, indicano alcune funzionarie, la superficie del pilastro, il cui basamento affonda nella storia dellantico Arsenale di Genova, "fiorisce" di cristalli di sale. «Questo pilastro conferma che in quel luogo sorgesse la prima moschea di Genova, secentesca - spiega Piero Campodonico, direttore del Museo del Mare, che sorge proprio accanto alla Biblioteca - perché nel Seicento sinnescò un regime di reciprocità con gli stati barbareschi: ovvero ai padri cappuccini veniva consentito di officiare a Costantinopoli, Algeri, Tunisi e così anche a Genova si concedeva ai musulmani il diritto di preghiera e gli si era trovato, per questo, un luogo. Proprio nellantico Arsenale». E Campodonico cita alcune piante secentesche che riportavano, proprio nella zona dove oggi cè la Facoltà di Economia, una vaga indicazione di "moschea". Altre fonti Settecentesche, invece, segnalano come "moschea" il punto della Darsena in cui cè il depuratore: «Evidentemente, in un primo tempo la moschea era collocata nelledificio Scio, e poi, successivamente venne trasferita in altri locali. Dunque, in Darsena, la moschea funzionò dallinizio del Seicento alla fine del Settecento, quando, con la rivoluzione francese, vennero liberati gli schiavi musulmani». E per duecento anni, Genova visse con la sua moschea e con limam, che i genovesi chiamavano, un po spregiativamente, il "papasso". «Il pilastro superstite e la funzione del luogo - dice Gabriella Airaldi, docente di Storia medievale allUniversità di Genova - confermano che la convivenza a Genova era una realtà, almeno dal Seicento». E la storica rivela che non si stupirebbe di fronte a scoperte molto più antiche, probabilmente la libertà di culto concessa ai musulmani risale almeno al Duecento. Il ventre di Genova, nel suo nucleo più antico, potrebbe custodirne il segreto. E dal Duecento e fino al Cinquecento, in città, lavoravano scribi che sapevano scrivere e leggere in arabo, e sono diffusi gli atti e i trattati bilingue, alcuni di essi conservati negli archivi genovesi. Non solo le moschee, però: sicuramente nel Settecento, gli arabi chiesero ed ottennero, in città, un proprio luogo dove seppellire i morti. Nella zona della Foce. Così come è certa, allora, la presenza di un hamman, di un bagno pubblico. «Il rapporto con il mondo islamico - aggiunge Airaldi - è comunque uno dei più forti che ebbero i genovesi e i liguri, nonostante periodi di maggiore o minore accordo, ci fu una sostanziale continuità attraverso i secoli». Stupiti e incoraggiati, gli esponenti del centro culturale islamico genovese, in stand by nella vicenda della costruzione di una nuova e grande moschea in città. «Eravamo già orgogliosi per il fatto che negli anni Settanta Genova fosse la prima città in Italia ad aver avuto un luogo di culto per i musulmani - spiega Salah Hussein, direttore del centro - ma lindividuazione di questo pilastro mi rende molto felice. Andrò presto a visitare la Biblioteca». Hussein si prepara alla grande festa interculturale, domenica, a Palazzo Ducale - in cui sarà presentata alla città la guida alle religioni genovesi, edita dallassessorato alla Cultura del Comune - e aspetta che sinsedi il nuovo sindaco: sa che la partita per un unico, grande, luogo di culto per gli ottomila musulmani cittadini ricomincerà solo allora. «Credo che questo pilastro sia un indizio, messo lì dalla Storia - dice - ciò che cera a Genova già nel Medioevo, a maggior ragione, nel 2007 ha bisogno di ritrovare spazio».