Il ministro dei Beni Culturali, dice che bisogna eliminare dalle città le cose brutte e per fare un esempio cita il carcere di San Vittore. Mi lascia perplesso l'idea che i luoghi nei quali abitiamo possano sottomettersi alla logica delle cure estetiche dello «star system», via una ruga, via le zampe di gallina all'angolo degli occhi e dimezzato un sedere con cellulite Discutiamo, professor Urbani, discutiamo anche del criterio del bello e del brutto che dovrebbe presiedere al censimento dei palazzi e dei monumenti che potranno sopravvivere al restyling e di quelli che saranno destinati alle ruspe. Anche San Vittore, nel suo piccolo, ha i suoi detrattori e i suoi sostenitori fra cui ci sono anche famosi architetti. Quell'angolo di Milano da alcuni è tenuto in grande considerazione. Li metterà in commissione? E poi si deciderà a maggioranza? Anche lei, signor ministro, ha la sua stimabile autorità estetica nella materia (altra) di cui è più che competente, anzi maestro, nella scienza politica e sa quindi bene, per fare un esempio, che i modelli liberaldemocratici appaiono a molti come a lei insuperabili, mentre ad altri, in epoca di egemonia marxista, sembravano da rottamare. Negli anni '60 eravamo lei e Piero Ostellino alla direzione della biblioteca «Della libertà» a Torino ed io a Roma alla direzione di «Elzinori». due piccole riviste un po' pallide e un po' gracili rispetto a certi pingui e robusti periodici comunisti, ma a noi sembrava che magro negli applausi e nei mezzi fosse bello al proposito rispetto alla mole egemonica ed antipatica della concorrenza E non ci scoraggiavamo e non mandavamo le nostre piccole riviste al macero. Rischioso è affidare il tessuto della città all'umore volubile delle opinioni predominanti. E il professor Urbani che ormai è diventato romano conosce la storia esteticamente travagliata del Vittoriano, pezzo di capitale assillato dalla ricorrente mania di Abolizione, per la sua insuperabile bruttezza. Ma brutto è, e brutto resta, eppure rimane perché fa parte della Roma bellissima. Ed è riuscito, poveretto, a diventare perfino una godibile sede di mostre. San Vittore è un pezzo di Milano Vi hanno abitato lacrime e sofferenze, attese di libertà, speranze, frustrazioni, disperazioni. Anche i carcerati a loro modo sono sempre milanesi, lo sono diventati per dolore, per rabbia. Ornella Vanoni cantava «Mamì, mamì, mamì, quaranta dì quaranta nott, a San Vittor a ciapà i bott...» e a me metà toscano e metà romano trapiantato da più di vent'anni in via Solferino veniva sempre, ascoltando questi versi, un brivido di milanesità. A San Vittore operatori carcerari hanno inventato un modo di essere moderni in strutture inadeguate. A San Vittore gente come Sergio Cusani ha rovesciato la storia odiosa di Tangentopoli in un esempio di carità cristiana metabolizzabile nella coscienza degli indifferenti. A San Vittore m questi giorni uomini aspettano di uscire e di entrare dentro la vera Milano per via di un indultino oppure sono tristi perché debbono restare, ma comunque restano in città. Un parente può andarli a trovare facendo soltanto quattro passi o può decidere di vivere a 300 metri di distanza in un appartamento da trovare. È un pezzo di Milano anche San Vittore. Non so, forse è giusto che sia sgomberato. Ma abbattuto?
Lasciateci San Vittore
Il ministro dei Beni Culturali ha espresso l'opinione che le città dovrebbero eliminare le "cose brutte" e ha citato come esempio il carcere di San Vittore a Milano. Il ministro ha anche espresso la sua autorità estetica nella materia e ha menzionato la storia estetica del Vittoriano, che è considerato un pezzo di capitale assillato dalla mania di abolizione. Tuttavia, il ministro ha anche riconosciuto che San Vittore è un pezzo di Milano che ha abitato lacrime e sofferenze, e che è un esempio di carità cristiana.
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