Grande è la confusione nel cielo dell'arte e della cultura. E se ne comprende la ragione: il vero ministro non è il titolare dei Beni e delle Attività Culturali ma quello dell'Economia il quale, in questi tempi grami e inquieti per le casse del governo, più che dare deve chiedere. Così, nel pieno di una stagione turistica sin qui deludente per le città d'arte si apprende che, per mancanza di fondi, le aree archeologiche non saranno visitabili nelle ore serali. Oppure che, nonostante i solenni impegni assunti dal ministro per i Beni Culturali Urbani, gli elenchi di beni dello Stato trasferiti alla Patrimonio Spa incaricata di venderli o di cartolarizzarli (cioè ipotecarli) sono ricchi in Toscana di edifici di sicuro valore storico-artistico, sedi di istituzioni di grande tradizione: dalla Biblioteca Marucelliana di Firenze all'Accademia della Marina Militare di Livorno passando per la Villa Guinigi di Lucca e per Palazzo Taglieschi ad Anghiari, o per pezzi pregiati dell'Arcipelago elbano. L'ha sottolineato l'assessore regionale alla Cultura, arch. Mariella Zoppi, rilevando sbalordita pure taluni errori grossolani: nella turrita San Gimignano ci sono due carceri, uno vecchio già dismesso e uno nuovo; ebbene, proprio il secondo è stato incluso nella lista dei beni da vendere ai privati. Come si sa, le cessioni o cartolarizzazioni che opererà la Patrimonio Spa contribuiranno a finanziare la Infrasrutture Spa la quale deve dedicarsi alle tanto sognate Grandi Opere dell'era berlusconiana. Fu arcigarantito dal solenne Urbani che nessun bene di valore storico-artistico sarebbe mai stato inserito negli elenchi di quelli da vendere senza il preventivo parere delle Soprintendenze competenti. Risulta una qualche richiesta in tal senso? Pare di no. Così fu anche per altri elenchi precedenti che ricomprendevano l'ex Arsenale estense di Modena o una Caserma borbonica a Catania, il ministro Urbani dichiara e il collega Tremonti intanto fa, opera, agisce, per la semplice ragione che ha un disperato bisogno di euro. Le vendite e le ipoteche della Patrimonio Spa devono del resto servire anch'esse a finanziare le tanto sognate Grandi Opere. A questo punto Urbani e Tremonti recuperano come contentino una vecchia legge, quella del «2 per cento» sulle opere pubbliche per lavori di «abbellimento», già rivisitata come Sibec (Società per i Beni Culturali) in epoca veltroniana ma senza esito pratico, la chiamano Arcus Spa e ci mettono sopra l'anno in corso oltre 53 milioni di euro, quasi 49 milioni per il 2004 e 51 milioni 629mila euro per il 2005 ricavati da un 3 per cento sulle opere pubbliche. Solo che un tempo erano le Soprintendenze a gestire quei fondi per «abbellire» con sculture, ceramiche, mosaici gli edifici pubblici, mentre questi 153 milioni e mezzo di euro (300 miliardi di lire) se li gestirà la Arcus la quale sarà amministrata da sette consiglieri, presidente incluso, tre dei quali nominati su indicazione del Ministero dell'Economia. Così ci si assicura ben bene degli esiti economici dell'operazione. Quelli culturali sono secondari, in fondo, «Economici» vuoi dire, in casi come questi, soprattutto elettoralistici. Difetti, a parte alcuni stanziamenti impegnativi per il sistema informatico degli Archivi e delle Soprintendenze archivistiche peraltro a secco di fondi ordinari, (7.500.000 euro all'anno per tre anni), per le Ville Vesuviane e per quelle Venete, l'elenco degli stanziamenti assomiglia maledettamente a quelli del peggior periodo della Prima Repubblica, cioè a una pioggia di finanziamenti per mille rivoli e gocce, a seconda della geografia elettorale, mescolando arte, spettacolo, sport. Sara certamente importante il Politecnico internazionale delle Arti di Vibo Valentia che si prende un milione e mezzo di euro o il restauro dell'ex Mercato Comunale di Avola. Così come sono encomiabili i finanziamenti accordati agli impianti sportivi di Pachino, di Treviso, di Cantù, di Annone Veneto, di Acri e così via, ma messi nello stesso calderone assieme ai restauri di chiese, rocche, canoniche ecc. emanano un profumo antico di minestrone clientelare. Tutto il contrario cioè di un piano organico di interventi mirati. Ma, si diceva all'inizio, grande è la confusione nel cielo delle arti e della cultura in Italia. In questo scombinato programma triennale di opere del tipo più vario sono inseriti anche 750 milioni di euro per l'adeguamento strutturale e tecnologico dell'ex convento di Santa Cristina a Bologna e per la digitalizzazione del patrimonio librario della Biblioteca delle donne. A quanto si sa però questa destinazione sarebbe già superata. Al suo posto c'è andato il materiale della Fondazione Zeri con la fototeca (300mila immagini da masterizzare). Insomma, da un parte si vende e si ipoteca, dall'altra si ricomincia a finanziare «a pioggia». Su di un punto c'è tuttavia pieno accordo: mettere a stecchetto le Soprintendenze sul piano dei fondi di sopravvivenza e lasciarle da parte ogni volta che si può. Il Codice Urbani per i Beni Culturali ne sarà la pietra tombale. Fra poco.