La Fondazione Cassa di Risparmio della città romagnola ha acquistato un importante pannello a fondo oro del Trecento Si dice e si scrive spesso che ai nostri giorni le fondazioni bancarie (specie quelle delle Casse di risparmio) giocano un ruolo decisivo e a volte esclusivo nel settore del mecenatismo artistico. Organizzano mostre, finanziano restauri, acquistano opere d'arte. Io fanno in modo capillare perché in Italia per fortuna e almeno per orac'è una banca all'ombra di ogni campanile. Lo fanno in modo intelligente perché oggetto dell'attenzione sono sempre i monumenti, le opere e gli autori del territorio di riferimento. Ecco un esempio di una esemplarità quasi didascalica dello speciale mecenatismo bancario che è caratteristico del nostro Paese e che i colleghi storici dell'arte all'estero ci invidiano. C'è un dipinto di scuola riminese del Trecento che da anni intriga gli studiosi e i filologi specialisti: da Federico Zeri a Carlo Volpe, da Miklos Boskovits a Daniele Benati. Si tratta di un dossale con storie di Cristo già conservato nella collezione Corvisieri e ora diviso in due parti. Smembrato in epoca imprecisata, è finito per metà nella Galleria Nazionale di Palazzo Barberini a Roma e, per l'altra metà, dopo diversi passaggi collezionistici, presso l'antiquario Porro di Milano. Le due tavole, simmetriche e di misure analoghe (cm 70 x no) raccontano in sequenza cronologica, secondo la narrazione evangelica e il canone liturgico, la Passione e Morte di nostro Signore. Le storie post mortem (dalla deposizione alla Discesa al Limbo) stanno nell'anta di dossale che si conserva a Roma; quelle ante mortem (dalla Ultima Cena alla Salita al Calvario) nella porzione finita sul mercato antiquario. Ebbene questa parte dell'antico dossale è stata acquistata dalla Fondazione della Cassa di risparmio di Rimini, oggi presieduta da Luciano Chicchi, per 75omila euro. L'autore della tavola ora proprietà della Fondazione è Giovanni Baronzio; un pittore che gli studi recenti hanno molto rivalutato e che in questa occasione scrive Daniele Benati nella pubblicazione che accompagna l'acquisto esibisce le sue doti più elette grazie «alla lavorazione come sempre impeccabile dell'oro e alla pittura sensibilissima, stesa per raffinate velature e improvvise accensioni cromatiche». Ma c'è di più. Massimo Medica ha dimostrato (credo con poche possibilità di dubbio) che il dossale, quando era ancora integro, si trovava nella chiesa francescana di Villa Verucchio nel cuore cioè del feudo originario dei Malatesta, La chiesa, di patronato Malatestiano, risulta edificata e consacrata entro il 1324. Pochi anni dopo Giovanni Baronzio deve aver realizzato il suo dossale sontuoso, gremito di figure, fulgido d'oro e di colori preziosi. L'aspetto più singolare e più apprezzabile dell'acquisto realizzato dalla Fondazione riminese è la destinazione del dipinto. Come è già avvenuto per il mirabile trittico di Giuliano da Rimini proveniente da una collezione inglese, come per il Cristo, anch'esso di Giuliano da Rimini, venduto da un antiquario parigino, le opere d'arte diventate proprietà dell'ente vengono affidate in deposito a tempo indeterminata ai musei civici riminesi. Grazie ad acquisti mirati (il Giovanni Baronzio non è che l'ultimo di una lista destinata a crescere ancora) la storia artistica della città adriatica viene gradualmente e sapientemente ricomposta. 11 denaro che la Fondazione bancaria amministra serve oggi a restituire al museo i capolavori d'arte che il denaro di tanti secoli fa ha finanziato. È un ciclo virtuoso che merita di essere segnalato e di cui è giusto essere orgogliosi. Intanto chi sarà a Rimini dopo il io febbraio, grazie al prestito concesso dalla Galleria Nazionale di Palazzo Barberini, potrà vedere ricomposto il dossale di Giovanni Baronzio che stava nella chiesa francescana di Villa Verucchio.