Non ha visto ancora la luce eppure è già fonte di allarmi e preoccupazioni. Stiamo parlando del nuovo Codice dei beni culturali annunciato qualche mese fa dal Ministro Urbani e m procinto di essere pubblicato. Ma andiamo con ordine. Oggi noi disponiamo di un nuovo testo del Titolo V della Costituzione. Quindi si deve procedere alla modifica delle leggi che sono in contrasto con il nuovo Testo. Il Parlamento, qualche mese addietro, ha dato delega al Ministro Urbani perché predisponga le nuove norme. Per questo sono stati costituiti gruppi di esperti che, fra l'altro, si stanno occupando della riforma del Ministero e della nuova legge quadro sui ben culturali. Il cosiddetto Codice. Necessario non solo per rispettare la volontà del Parlamento ma anche per intervenire su alcune delicate materie che riguardano i rapporti fra lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni ma anche i rapporti tra lo Stato e i cittadini. Non solo i cittadini proprietari di beni culturali vincolati ma anche coloro che debbono o vogliono apportare modifiche alle proprie case, ad esempio, abitando nei centri storici. Materie quindi molto delicate che si sono intrecciate con le decisioni di Governo e Parlamento di istituire la Patrimonio spa con il compito di valorizzare i beni (anche quelli culturali) di proprietà dello Stato. Nella valorizzazione è compresa la alienazione che è stata al centro di molte e diffuse polemiche nei mesi scorsi. Chi ha avversato quel provvedimento, considerandolo pericoloso per la integrità del patrimonio culturale del Paese, ha auspicato che il Codice dei beni culturali riaffermasse l'inalienabilità dei beni culturali pubblici, unitamente alla funzione esclusiva dello Stato in materia di tutela e valorizzazione. In questo contesto sono stati lanciati appelli e paventate oscure manovre a danno del dettato della Costituzione e delle sentenze della Corte costituzionale. Mettendo dei chiari paletti, ad esempio nei rapporti tra pubblico e privato e confinandoli nel solo ambito della gestione dei bar e poco più, senza i quali, si dice, il patrimonio culturale correrebbe gravi e irreversibili rischi. Può darsi che chi ha lanciato appelli o manifestato sospetti abbia avuto qualche "soffiata". Ma anche se fosse così non sarebbe meglio attendere di conoscere il Testo del Codice e poi discuterne apertamente? E ancora. Siamo certi che i "paletti" proposti siano la migliore delle soluzioni possibili? Ad esempio: a proposito dei rapporti fra stato, regioni e enti locali le soluzioni proposte non nascondono forse la vecchia e pretestuosa diffidenza per chi pure è stato eletto democraticamente dai cittadini? Possibile che per le amministrazioni locali gli esami non finiscano mai? E le imprese, che certo non "sbavano" per intervenire in questo settore, possibile che possano fare solo servizi? In una recente indagine Doxa-Mecenate 90 emerge che gli italiani apprezzano molto il lavoro che in questi anni è stato fatto per i beni culturali. Chi legge la storia con un altro metro farebbe bene a prenderne atto.