Nel 2006 il settore delle gallerie e dei siti espositivi ha portato nelle casse dello State 30 miliardi di euro. Un risultato che potrebbe essere vanificato per la riduzione del personale Rischiano di chiudere i battenti le aree archeologiche di Roma e di Pompei, i grandi complessi come la galleria Borghese, il Colosseo, gli Uffizi, la Reggia di Caserta, le gallerie di Venezia e anche Brera e Capodimonte. Motivo? Manca il personale per tenere aperti i siti, custodirli, curarli. Nel quinquennio 2001-2006 sono uscite dall'organico del ministero, avendo raggiunto l'età pensionabile, circa 3500 persone, a cui se ne aggiungeranno altre 1290 nel prossimo biennio. Un'emorragia di personale continua nei confronti della quale non sembrano pronte contromisure adeguate. Contromisure che dovrebbero tradursi in una strategia di investimento in nuove assunzioni dei profili necessari al mantenimento del patrimonio pubblico italiano. Anzi, come in questi giorni denunciano i sindacati la Uil ha anche indetto per domenica 25 febbraio un agitazione nazionale di tutti i siti espositivi nel pacchetto relativo alla stabilizzazione dei precari, che sta preparando il ministro della Funzione Pubblica Luigi Nicolais, le risposte per i beni culturali sarebbero assolutamente insuffìcienti. lnsufficienti anche solo a mantenere aperti i musei, le aree archeologiche, gli archivi e le biblioteche. Per gli assistenti tecnici museali poi la stabilizzazione è prevista solo al 50 per cento, cioè solo part-time. I custodi dei musei e dei siti inoltre sarebbero in Italia poco più di 6mila mentre da uno studio del ministero ne servirebbero almeno l2mila, esattamente il doppio. Come servirebbero almeno 2mila unità tecnico professionali in più tra architetti, storici dell'arte, archeologi, restauratori in più. Un miraggio? Certo, visti i chiari di luna che corrono e i tagli pesanti che stanno investendo tutto il settore dei beni culturali e della ricerca sono un miraggio. Ma rischia di trasformarsi, nel prossimo futuro, in un miraggio, anche il risultato che il sistema dei musei e dei siti archeologici italiani è riuscito ad ottenere in questo ultimo settennio. Cioè mantenere l'orario di apertura al pubblico più esteso al mondo, Il rischio infatti è che si torni agli orari in vigore prima del 2001, dove il patrimonio artistico e archeologico italiano era visitabile dalle 9 alle 13 del mattino. Un'ipotesi che si tradurrebbe in un danno di immagine ed economico notevolissimo, considerando che sono circa 33milioni ogni anno i turisti a cui viene strappato il biglietto per visitare i nostri tesori. E che ognuno di loro incide sul tessuto economico delle nostre città di 130 euro al giorno. Basti dire che nel 2006 il settore ha contribuito alla crescita delle entrate valutarie per 30 miliardi di euro. Il rischio ora è vanificare questi risultati. Un orizzonte da scongiurare naturalmente e che comunque resta incompatibile con la strategia agitata dal governo di mettere in relazione la ripresa del turismo con l'offerta dei beni culturali. Un nesso che va garantito anche tutelando e implementando gli organici dei Beni culturali dicono a Via del Collegio Romano - e che il ministro Francesco Rutelli sembra seriamente intenzionato a far presente ai ministri della Funzione pubblica e dell'Economia.