NEW YORK Bufera al MoMa. Il direttore del museo è accusato di aver ricevuto, oltre allo stipendio, molti compensi «sottobanco». Le erogazioni sarebbero state fatte da due celebri miliardari filantropi: Agnes Gund e David Rockefeller. Il tutto mentre i musei chiedono la revisione di una legge che ha eliminato i benefici fiscali per chi cede opere d'arte. Bufera al MoMa, il museo d'arte moderna di New York. Il suo direttore Glenn Lowry, probabilmente il manager dell'arte più pagato d'America, è accusato dal New York Times di aver ricevuto, oltre alla retribuzione ufficiale, molti compensi «sottobanco». Le erogazioni, avvenute a più riprese tra il 1995 e il 2003, sarebbero state fatte da due celebri miliardari e filantropi membri del Trust, la fondazione non-profit che amministra il museo: Agnes Gund e David Rockefeller, il patriarca della dinastia di banchieri e petrolieri. Il quotidiano riconosce che nessun reato è stato ancora provato, ma afferma che il Fisco americano sta indagando e riporta il giudizio di alcuni esperti secondo i quali i versamenti difficilmente possono essere considerati legali, visto che sono stati fatti da organizzazioni filantropiche in regime «esentasse». La vicenda, in sé di portata limitata, suscita clamore non solo per la notorietà dei personaggi coinvolti, ma perché arriva nel momento in cui i musei sono in «pressing» sul Congresso per ottenere la revisione di una recente legge promossa dal senatore repubblicano Chuck Grassley che ha eliminato i benefici fiscali a favore di chi offre sue opere d'arte ai musei in prestito o in regime di «donazione parziale». Proprio Lowry, insieme ai capi di altre gallerie, aveva accusato Grassley di aver concepito una legge «oscurantista», destinata a prosciugare il canale che ha fin qui consentito l'afflusso di nuove opere d'arte nei musei americani. Dipinto come un uomo gretto, insensibile all'arte, Grassley, un sanguigno ex agricoltore che da 27 anni rappresenta l'Iowa in Senato, ha replicato che i «partial gifts» non sono solo doni di benefattori interessati a diffondere la cultura, ma anche il veicolo attraverso il quale molti miliardari collezionisti d'arte riescono a ridurre il loro carico fiscale. Stanare gli elusori è da tempo l'hobby preferito di Grasslèy, che si esalta quando smaschera nuovi, fantasiosi modi di aggirare il Fisco. Due anni fa, ad esempio, vinse la battaglia contro i cacciatori che avevano escogitato una tecnica singolare per non pagare le tasse: regalavano trofei di caccia a sedicenti istituzioni culturali (spesso finti musei, stanzoni trasformati in magazzini zeppi di animali impagliati) e detraevano dal reddito tutte le spese sostenute per le battute di caccia, compresi i safari in Africa. Dopo l'elezione del nuovo Congresso a maggioranza democratica, i capi dei musei, quasi tutti esponenti del mondo «liberal», hanno cominciato a fare «lobby», convinti di poter mettere alle corde il senatore repubblicano che aveva ormai perso la presidenza della Commissione Finanze. Ma, a sorpresa, gli argomenti del «contadino conservatore» hanno fatto breccia anche tra molti esponenti della sinistra progressista. Anche questo ha spinto i democratici, che al Senato cercano accordi «bipartisan» per correggere la politica fiscale di Bush, ad evitare ogni forzatura. La vicenda del MoMa, ora, li renderà ancora più cauti. Questo caso apparentemente dà ragione a chi sostiene che il dorato mondo dell'arte e quello della beneficenza non sono poi così irreprensibili. Se ne era accorto, già vent'anni fa, Ed Hayes, celebre avvocato di New York, chiamato a gestire il patrimonio di Andy Warhol in attesa della divisione della sua eredità. Chiamato a trattare con fondazioni, gallerie, gloriose case d'aste come Sotheby's, ayes ben presto scoprì come ha scritto, usando tinte molto forti, in Mouthpiece, la sua autobiografia che «l'universo dell'élite culturale di New York è più corrotto, connivente e dedito ai complotti di qualunque altro ambiente criminale». In realtà lo stile dei manager del MoMa non è certo quello descritto da Hayes. Il punto vero è che negli ultimi anni molti grandi musei si sono globalizzati, sono diventati vere e proprie «multinazionali dell'arte» (il Guggengheim che è anche a Bilbao e Berlino, il Louvre che aprirà a Shanghai e Abu Dhabi, l'Hermitage che va a Las Vegas) e i loro giri d'affari si sono moltiplicati. Le istituzioni culturali sono divenute imprese miliardarie che richiedono tecniche digestione mutuate dall'America delle grandi «corporation». Anche i manager devono avere grandi capacità manageriali ed è comprensibile che i più capaci vengano attratti anche con retribuzioni molte elevate. Lowry, che nel 2005 ha ricevuto una retribuzione «ufficiale» di 1,3 milioni di dollari (un milione di euro), ha gestito una lunga ristrutturazione ed un'espansione dell'area espositiva nella quale il MoMa ha investito quasi un miliardo di dollari. Anche le fondazioni dovrebbero muoversi con più efficienza e professionalità; oggi, invece, c'è ancora un certo dilettantismo e spesso mancano indirizzi precisi. Passando dalla costa atlantica a quella del Pacifico, lo scandalo del museo Getty di Los Angeles che ha acquistato per anni opere d'arte trafugate in Italia e in Grecia e, un anno fa, ha dovuto cacciare Barry Munitz, il direttore del Trust che viveva come un satrapo sperperando le risorse «esentasse» affluite attraverso i canali della filantropia chiama certamente in causa, in primo luogo, le responsabilità dei singoli attori. Ma forse si sarebbe potuto evitare se l'eccentrico miliardario fondatore del Trust avesse dato indicazioni dettagliate sulla sua missione. Invece Paul Getty che non visitò mai la Getty Villa (la ricostruzione della Villa dei Papiri di Ercolano sulle colline di Malibù) e che spese i suoi ultimi anni chiuso in una casa di Londra, circondato da 25 cani lupo si limitò a destinare il suo patrimonio a una generica promozione dell'arte. Un peccato mortale nell'era dell'industrializzazione della cultura, in cui tutte le iniziative vanno governate con ferrea disciplina. Lo spazio per la filantropia c'è sempre, ma deve essere quella manageriale di Bili Gates e Warren Buffet: non è più tempo di benefattori che si comportano come un gruppo di aristocratici al circolo della caccia.
Soldi sottobanco, inchiesta sul direttore del MoMa
Il direttore del MoMa, Glenn Lowry, è stato accusato di aver ricevuto compensi sottobanco oltre allo stipendio. Le erogazioni sarebbero state fatte da due celebri miliardari, Agnes Gund e David Rockefeller. Il Fisco americano sta indagando e alcuni esperti considerano i versamenti illegali. La vicenda suscita clamore per la notorietà dei personaggi coinvolti e per il momento in cui i musei chiedono la revisione di una legge che ha eliminato i benefici fiscali per chi offre opere d'arte ai musei in prestito o in regime di donazione parziale. Il senatore repubblicano Chuck Grassley ha accusato Lowry di aver concepito una legge oscurantista.
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