Monumenti della Capitale abbandonati nel degrado. Eppure «l'elenco del fabbisogno perla manutenzione e il restauro delle opere pubbliche che ci sono affidate lo presentiamo periodicamente al ministero. Servirebbero centinaia di miliardi di lire. Ma la cifra è lontanissima dalle disponibilità reali. Stiamo attraversando un momento di grandi ristrettezze». Lo sfogo è di Adriano La Regina, soprintendente ai Beni Archeologici di Roma e, la sua critica alla disattenzione dello Stato nei confronti del inondo dell'arte e dell'archeologia è puntigliosa: «Un patrimonio come quello della capitale richiede attenzioni, cure, investimenti proporzionali ai benefici che ne trae la città in termini economici oltre che culturali, di elevazione sociale, di educazione: quanto distingue un paese civile da un paese incivile. La produttività di questi beni la si vede ogni volta che una crisi allontana il turismo e si sollevano le lamentele del settore alberghiero, della ristorazione, del commercio, con richiesta al governo di provvedimenti». La situazione non è sempre stata così negativa. «Nel 1981 su nostra insistente richiesta fu approvata la legge Biasini "Per la protezione del patrimonio archeologico di Roma. Per un quinquennio si assicuravano 188 miliardi di lire: circa 35 miliardi alla nostra Soprintendenza ogni anno. Il finanziamento non risolveva tutti i problemi, ma era una somma adeguata anche alla nostra capacità operativa. Una cifra notevole. Corrispondente a circa 350 miliardi di lire attuali all'anno. Una dimensione oggi neanche pensabile. Quei soldi, grazie anche alle attenzioni dei governi successivi, ci hanno consentito in questi 20 anni di risollevare le sorti dei musei archeologici di Roma». Oggi «bisognerebbe tornarci su con investimenti scanditi nel tempo, stilando un nuovo piano di restauri». Parola di soprintendente.