POLEMICA IL RUOLO DEI MUSEI, I CRITICI E LE QUOTAZIONI Gli addetti ai lavori replicano alla provocazione lanciata da Fabio Echaurren su «Panorama». Spiegando anche perché un'opera di Damien Hirst costa più di un dipinto di Tiepolo. Se Pablo Echaurren è sicuro di conoscere «il killer dell'arte», il mondo dell'arte non è poi così certo che il colpevole sia proprio il mercato, «bacato, adulterato, indirizzato a certe finalità lucrative non sempre positive», come ha scritto l'artista romano sullo scorso numero di Panorama. Ritratto spietato di un territorio viziato, popolato da speculatori più che da amanti del bello, da gallerie consorziate in veri e propri cartelli che decidono l'ascesa dei loro artisti alla faccia di collezionisti pecoroni? O, come ha sussurrato il critico Francesco Bonami, «solo uno sfogo infantile di un artista emarginato»? Il primo a essere interpellato sull'argomento è il ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli. Dall'ufficio stampa del ministero Daria Lucca ha così risposto: «L'intervento di Pablo Echaurren è troppo qualunquista per un commento del ministro». Ma gli addetti ai lavori non si sono tirati indietro e su una cosa sembrano essere d'accordo: il mercato non è il colpevole. «Non si vede il motivo per cui oggi l'arte non dovrebbe sottostare alle stesse regole e condizioni della musica, della letteratura, del cinema» osserva Marco Pierini, direttore del Palazzo delle Papesse, a Siena. «Ogni mercato ha storture, vizi e anomalie senz'alcun dubbio censurabili. Lo scenario delineato da Echaurren, però, sembra troppo tetro e alimentato da un'italianissima tendenza al complotto». Per il critico Achille Bonito Oliva, anzi, il valore commerciale dell'arte «conferma la qualità e l'intuizione. Così è stato per la Transavanguardia, che non si può certo definire un abbaglio o una meteora. H sistema arte è fatto di sinergie, non di complicità». Una catena di Sant'Antonio positiva dove «le opere le fanno gli artisti, stimolati, indirizzati, supportati da un'attività critica. Naturalmente in buona fede». «Quello di Echaurren» interviene Bonami, «è un approccio tra il finto ingenuo e il falso moralista. Un po' come quando Edoardo Sanguineti afferma che bisogna tornare all'odio di classe». Il senior curator del Museo d'arte moderna di Chicago continua: «Il mercato segue ondate, ci sono tendenze, flussi, ma sono fenomeni antropologici e non di mafia». Per il gallerista milanese Massimo De Carlo, che ha tra i suoi artisti stelle come Maurizio Cattelan e Carsten Holler, «il mercato è una delle tante possibili aree di riferimento, se sì è interessati all'arte contemporanea. Non è uno strumento perfetto, come non lo è la politica culturale dei musei. Ma neppure le lettere in libertà di un artista in vena di moralismi». È sui prezzi che Echaurren scatena il suo j'accuse, mettendo in luce le incredibili contraddizioni delle aste: oltre 1 milione di euro per un Damien Hirst contro 300 mila euro per un Tiepolo. «Anche questa è una legge dell'economia» afferma Angela Vettese, critico e direttore della Galleria dvica di Modena. «Di Tiepolo in giro ce ne sono pochi, i migliori poi sono nei grandi musei. Nessuno ha interesse a far salire i prezzi. Non è così per Hirst». Pierluigi Sacco, economista dell'arte, con cattedra all'Iuav di Venezia, dice che Hirst, autore del famoso squalo in formalina venduto al collezionista americano Steve A. Cohen per 8 milioni di dollari, è effettivamente l'uomo più ricco dell'intera storia dell'arte. «Passerà l'euforia di questi anni e allora si vedranno gli artisti che nell'orgia di appuntamenti, tra mostre, fiere, biennali, hanno continuato a produrre o sono diventati copie seriali di se stessi». E fa l'esempio di chi ha saputo usare il mercato con classe e sempre a suo favore. «Cattelan si sta sottraendo a questo meccanismo perverso di produzione continua, mostrando la giande capacità di osservare il teatrino da fuori. E il mondo dell'arte guarda con curiosità alle sue prossime mosse». Ma dopo la grande abbuffata cosa succederà? «Dietro il fenomeno trendy c'è un'inquietudine più profonda» spiega Vettese. «Aumenta il pubblico, ma ci capisce poco. Si cerca di afferrare il nostro tempo, anche attraverso l'arte, per non essere sbalzati fuori». I musei che dovrebbero essere le nostre guide per Echaurren sono «in grado di legittimare qualsiasi immondizia purché avallata da sua altezza la Cupola della Critica Consolidata». Per Bonito Oliva non è così; «Un tempo c'erano quelle che io chiamavo "le sette sorelle", i grandi musei del mondo, dal Moma al Metropolitan, dal Beaubourg alla Tate. Tra di loro nessun italiano. Oggi abbiamo anche noi realtà importanti: il Castello di Rivoli e la Gam a Torino, il Macro e il Maxxi a Roma, il Madre a Napoli e il Man a Nuoro. Una rete di musei in tutto il Paese, una linea Maginot che arginerà e filtrerà le proposte dei musei esteri». Anche il direttore delle Papesse replica all'artista: «Non percepisco la presenza di una cupola formata da pochi galleristi, critici, artisti e direttori di museo che impone orientamenti, nomi e condizioni a tutto l'ambiente. I musei appaiono molto più liberi di quanto ritiene Echaurren; considerarli poi (e tutti quanti!) vetrine di lusso per un pubblico addomesticato è profondamente ingiusto e miope. I centri d'arte contemporanea italiani spesso hanno promosso e sostenuto artisti giovani e giovanissimi privi di accesso al mercato». Secondo Gemma Testa, grande collezionista, "il problema, semmai, è che in Italia non ci sono musei capaci di influenza intellettuale e di gusto sui collezionisti, come nel mondo anglosassone». E qui nessuno si sente di contraddire Echaurren sullo strapotere degli anglosassoni, che non è solo quello di Larry Gagosian, il potentissimo gallerista armeno. «Hanno una rete di musei capillare» ammette Bonami «non è questione di mafia, ma di capacità». Vent'anni fa, il 22 febbraio, moriva Andy Warhol. «Anche lui subì il mercato, prima non lo voleva nessuno, poi imparò a gestirlo. E, improvvisamente, lo vollero tutti» ricorda Bonami. Perché, come insegna Quentin Tarantino, anche i killer più crudeli trovano chi è più spietato di loro.
Il mercato uccide l'arte? No, la cupola non esiste
Il critico d'arte Pablo Echaurren ha lanciato una provocazione sul Panorama, affermando che il mercato dell'arte è il killer dell'arte. Il ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli ha risposto che l'intervento di Echaurren è troppo qualunquista. Gli addetti ai lavori hanno affermato che il mercato non è il colpevole, ma che ogni mercato ha le sue storture e anomalie. Il critico Achille Bonami ha sottolineato che il valore commerciale dell'arte conferma la qualità e l'intuizione degli artisti. Il gallerista Massimo De Carlo ha affermato che il mercato è una delle aree di riferimento per gli artisti contemporanei.
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