IN principio fu la Chiesa che implorò di cacciare i mercanti dall'esterno dei templi: «Venditori abusivi, bivacchi notturni, impalcature per concerti rock» con l'umiliante contorno di vicoli trasformati in latrine» o in scenari di rusticani duelli a coltello. Poi fu il sindaco che chiese di poter gestire il «mercato» dei templi (della cultura) partendo dall'icona laica più simbolica e ammirata: il bianco David di Michelangelo, che, nei secoli, ha saputo, tra l'altro, trasformare la poesia della scultura in sonante e cospicua prosa di denaro. Oggi Firenze e la Toscana sono epicentro d'un terremoto ideologico ed economico capace di propagarsi a tutto il Paese in nome d'un federalismo culturale al quale le maiuscole dovrebbero attribuire una patente di nobiltà: quella di Dante è, infatti, la prima regione a chiedere al governo una speciale autonomia e dirette competenze sul proprio patrimonio artistico. Forte dei suoi 20 mila beni censiti, 453 musei, 180 teatri, 2300 edifici religiosi d'interesse storico, 5 mila antiche dimore, 953 biblioteche, 4 mila castelli, 450 siti archeologici, questa terra vuole ridistribuire le carte e dettare la linea, lasciare allo Stato le funzioni di indirizzo e il possesso degli istituti di rilievo nazionale, «compartecipando», però, nella gestione di tutti i beni culturali e delle sovrintendenze. «Basta con questa deriva ministerialista - avverte il governatore Claudio Martini che, entro l'autunno, manderà al ministro Urbani un testo già discusso in consiglio regionale sull'argomento -. Bisogna prendere atto che non c'è dialogo tra Palazzo e territorio anche se non vogliamo, certo, la secessione o un'autonomia di stampo bossiano». Il presidente diessino ha l'ardore di chi, per primo, salta la trincea: «Sono disposto a prendermi la "colpa" d'aver "minato" la cosiddetta tenuta unitaria del patrimonio nazionale. Noi, questi beni, vogliamo non solo tutelarli, ma farli diventare leva di sviluppo». Vale a dire: Soldi. Ancora con la maiuscola, ovviamente. Giuliano Urbani anticipa la propria risposta indicando, sull'orizzonte di questo progetto, un tabù intangibile: «Nessuno creda di potersi attribuire compiti di tutela dei beni culturali: è un diritto-dovere che spetta esclusivamente allo Stato. Comuni e Regioni possono svolgere un ruolo importante: penso alle fondazioni che, quando sono praticabili, si rivelano preziose. Ma la salvaguardia è altra cosa essenzialmente per due ragioni, la prima: i politici locali possono essere sottoposti, con facilità, a pressioni di carattere elettorale o d'altro tipo». Il secondo motivo è, per così dire, tecnico: lo Stato si fa garante di certi interventi, «visto che non possiamo permetterci di restaurare in modo diverso lo stesso romanico». Il fragile David diventa bandiera per Guelfi e Ghibellini dell'arte. La sventola il sindaco Leonardo Domenici, mentre attacca il passatismo di Sovrintendenze che, come emanazioni dello Stato lontano, si limitano a svolgere un mero «conservatorismo istituzionale» e demonizzano queste riforme nel timore che tolgano «spazio e peso a qualcuno». Il primo cittadino fa materializzare un intreccio perverso che lega gli interventi di esponenti della Curia e quelli di funzionali statali «con l'evidente intenzione d'aprire una campagna elettorale per le prossime amministrative». Nell'attesa avvia una ricognizione storico-contabile per accertare «quanto è costato al Paese possedere questa statua, ma anche quanto ha reso». Nella Firenze delle nuove fazioni c'è chi - il sovrintendente ai beni artistici, Antonio Paolucci, ad esempio - considera il giovane in marmo come l'ultimo bastione da difendere dai barbari. «Una volta che queste regole passassero in Toscana, assisteremmo a una ricaduta in tutt'Italia. La tutela sottratta allo Stato significa nessun controllo». Guarda all'esempio di regioni a statuto speciale che già godono di quest'autonomia: «Ha presente Agrigento, la Valle dei Templi? In molti angoli d'Italia assisteremmo alla sicilianizzazione della tutela. No, non voglio proprio dover rispondere a questi nuovi padroni». Martini osserva che, a proposito di «padroni», è sbagliato avere una visione apologetica dello Stato, «che non ha certo messo i beni culturali al riparo dai saccheggi». Risposta: «Beh, io sono stato accusato da questi amministratori, di "fare politica" solo perché ho detto che le chiese di Firenze erano diventate pisciatoi, bivacchi e immondezzai». Vittorio Sgarbi è un fiume in piena. Si dichiara «statalista da sempre» e, quindi, contro queste logiche per cui gli amministratori, da un lato, chiedono per le loro città d'arte il patrocinio dell'Unesco e, dall'altro, vogliono la gestione del Comune». Continua sulla strada della provocazione riattizzando la vecchia polemica con Urbani: «In Italia manca un vero ministro per i Beni Culturali e a Firenze manca un'opposizione. Meno male che, almeno, c'è quel monsignor Verdon: con la denuncia sull'assedio delle chiese da parte della criminalità e della sporcizia, ha fatto sia la parte del ministro sia quella dell'opposizione». Nel mirino, ora, il sindaco Domenici: «Una richiesta giusta l'ha avanzata: pretendere parte dei profitti legati al David, di cui il Comune è proprietario. Ma per la tutela, lasciamo perdere: questa è gente che vuole imprimere una deriva di tipo còrso ad una terra le cui bellezze sono patrimonio del mondo. Dire che Botticelli è toscano è un'assurdità: come proclamare Verdi parmigiano o Rossjni pesarese. Se l'immagina, lei, l'autonomia di Michelangelo?».
Guelfi e ghibellini in guerra per l'arte
Il governatore di Firenze, Claudio Martini, ha chiesto al ministro dei Beni Culturali, Giuliano Urbani, di concedere alla regione autonomia nella gestione dei beni culturali. Martini sostiene che la tutela dei beni culturali dovrebbe essere affidata alle regioni, non allo Stato, e che il Comune di Firenze dovrebbe avere il controllo sui profitti derivanti dalla gestione di questi beni. Urbani ha risposto che la tutela dei beni culturali è un diritto-dovere dello Stato e che le regioni non possono avere competenze in questo campo. Il sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, ha sostenuto Martini e ha chiesto di poter avere parte dei profitti derivanti dalla gestione del David, che è una delle attrazioni turistiche più importanti della città.
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