LUPA Capitolina, gioiello del Medioevo. È quanto intende dimostrare il libro firmato da Anna Maria Carruba, presentato ieri pomeriggio al Museo Nazionale Romano, dal titolo «La lupa capitolina» (De Luca editore). Simbolo della Capitale intera, la tecnica che è stata utilizzata per la scultura è quella a «cera persa», con un metodo che viene diretto in un solo getto. «I valori simbolici della Lupa Capitolina - ha scritto il professor Adriano La Regina nell'introduzione al libro - ed è bene dirlo, se mai inconsapevo li preoccupazioni possano provocare qualche resistenza verso la nuova attribuzione cronologica, non vengono scalfin dal progresso della conoscenza. Infatti - ha concluso - vivono e si alimentano di ideali che appartengono a una condizione metastorica». Dell'autrice, l'archeologa Licia Borrelli ha sottolineato «l'etica professionale su cui ha improntato l'intero lavoro. Un mezzo valido - ha continuato - su cui ha improntato tutto il suo lavoro. E' soprattutto un mezzo valido - ha continuato - per conoscere la sostanza di un manufatto». Per decenni, infatti, la scultura è stata erroneamente indicata prima come un manufatto di origini romane e, soltanto in un secondo tempo, di origini etrusche: non fosse stato altro per quell'alone di mistero che aleggiava attorno alla Lupa più famosa di Italia. Non soltanto storia dell'arte e tecniche di restauro, però. Visto che nel volume vengono indagate anche le tecniche utilizzate per la costruzione della statua, attualmente esposta all'interno dei Musei Capitolini. Il metallo, ad esempio, veniva colato sul modello in cera, riprodotto in negativo «nel mantello in terra refrattaria che lo ricopriva - ha scritto la Carruba - che si liquefaceva e, nella successiva fase di cottura della forma e di colata del bronzo fuso. È appunto per la perdita del modello in cera che, il metodo, prende il nome di "cera persa"».