Il termine Italia viene usato inizialmente per indicare un territono molto a sud, la punta estrema della Calabria. Itali sono in origine gli abitanti di quella piccola area. Italici invece erano considerati gli Umbri, gli Osci, i Campani, iSabini, i Frentani, i Sanniti, i Peligni, i Voisci, i Picenti e altri ancora. Nel IV secolo a.C. il termine Italia identifica le regioni meridionali, nel III quelle centrali. L'espressione Italia viene utilizzata al tempo dell'avventura annibalica quando una delegazione romana si reca a chiedere soccorso ai Campati contro i Cartaginesi. «Qui non si combatte contro i Sanniti o gli Etruschi in modo che la supremazia debba in ogni caso rimanere in Italia qualora sia sottratta a noi». Lo racconta Tito Livio il quale riferisce che i legionari romani così si rivolgevano ai cittadini di Arpi nel Foggiano: «Per quale colpa dei Romani o merito dei Punici fate la guerra - pur essendo Italici a pro' di stranieri e barbari contro i vecchi alleati? Perché volete fare l'Italia dipendente e tributaria dell'Africa?». In età augustea tutta la penisola viene chiamata Italia (le isole verranno inglobate più tardi, con Diocleziano). Tito Livio per primo veniva, del resto, dalla periferia dell'Impero, dalla veneta Padova, Plinio il Vecchio e il Giovane erano entrambi originali dl Como, Virgilio del padule di Mantova, Catullo della vicina Sirmione sul Garda, Plauto da Sarsina fra Umbria e Romagna, Ovidio da Sulmona, Orazio da Venosa, Lucrezio probabilmente dalla Campania, ecc. A riprova della grande abilità di Roma nell'assorbire, integrare, utilizzare talenti nati e cresciuti in giro per l'Italia. Tanto che si può dire che i politici fossero in prevalenza romani, non la maggior parte degli intellettuali. Ma tutti avevano poi concorso alla grandezza storica di Roma. (...) Era tuttavia convalidata anche in quell'epoca la ricchezza delle diversità culturali italiane che i secoli successivi avrebbero confermato fino a consolidare municipalismi e particolarismi, con periodi di straordinario splendore artistico e culturale, con città come Firenze dove nel Trecento si sfiorava, secondo Carlo Maria Cipolla, la prima rivoluzione industriale allorché le monete forti del mondo erano le nostre, il ducato e ll fiorino. Certo quegli stessi municipalismi e particolarismi avrebbero poi ritardato la formazione di quello Stato nazionale che rimase per secoli soltanto una aspirazione e tuttavia anche l'Italia odierna ha nelle diversità locali e regionali un ricco patrimonio, se questa complessa realtà può venire governata in forma decentrata e però unitaria sul piano delle grandi strategie europee e mondiali. Noi abbiamo voluto effettuare una sorta di riscoperta degli antenati di una civiltà, antenati di diverse etnie che questo grande crogiuolo chiamato Italia ha saputo fondere in una identità nazionale, un Paese al plurale, ancor oggi, articolato culturalmente nei mille e mille borghi spesso murati e di antica origine, nelle cento città che più delle altre hanno contato nella storia, nostra e del mondo civile (si pensi soltanto alle tante piccole capitali del Rinascimento). Del resto quanti grandi intellettuali e artisti vengono da città e paesi di provincia? Fermiamoci un attimo al solo melodramma: Claudio Monteverdi viene da Cremona, Giovambattista Pergolesi da Jesi, Giovanni Faisiello da Taranto, Domenico Cimarosa da Aversa, Gioachino Rossini da Pesaro, Gaetano Donizetti da Bergamo, Vincenzo Bellini da Catania, Giuseppe Verdi da Roncole di Busseto, Giacomo Puccini da Lucca, Pietro Mascagni da Livorno. Tranne Catania, nessuna di queste può dirsi una grande città. Tante Italle unificate da una stessa cultura musicale, dalla stessa lingua dei libretti d'opera, dalla stessa passione nazionale. Che diventa subito europea e poi planetaria, partendo da centri di provincia spesso piccoli e medi dove però una cappella o un organo musicale, un teatro, una scuola o un maestro di musica non mancavano mai. Discorso analogo potremmo fare per gli artisti che hanno illuminato i nostri occhi o per gli scrittori e i poeti che ci hanno formato, a cominciare da Giacomo Leopardi e dal suo «natio borgo selvaggio». Sono le mille e uno Italia di un lontano libro per ragazzi di Giovanni Arpino, in cui ci riconosciamo come in una identità plurale e unitaria insieme.