LA LETTERA Cara "Repubblica", dieci anni or sono quando Leoluca Orlando riaprì il teatro Massimo, chiuso da 23 anni per lavori di ristrutturazione, sostenni che si trattava di una inaugurazione finta. Lamico Ferruccio Barbera mi iscrisse nella lavagna dei cattivi come nemico della contentezza. Naturalmente la mia posizione esprimeva un paradosso che serviva - come Barbera uomo di spirito comprese - a sottolineare nel giubilo della resurrezione del manufatto, il rischio di una resurrezione a metà. È vero, nei ventitré anni in cui il teatro era rimasto chiuso, da dentro le auguste mura si udirono a tratti rumori assordanti. Fu quando una ruspa entrò in sala per scavar meglio la fossa orchestrale e quando si realizzarono i piani mobili del palcoscenico. Poi fu silenzio, e su quei piani mobili che, a quanto pare, somigliano più a quelli di una portaerei che di un teatro e che mi dicono ora funzionanti, secondo un verbale del Comune che risale a un anno e mezzo fa, cadde loblio. Come se non esistessero. Rimaneva insoluta la questione dellaerazione e del riscaldamento una volta fatti fuori quelli ingegnosissimi del Basile. Quando rientrammo in teatro ci accorgemmo che linclinazione della sala era mutata e che cera freddo. Il lettore ricorderà la battaglia contro il freddo dei sindacati, come ricorderà un "Wozzeck" in pelliccia. Man mano che il teatro ricominciava a vivere affioravano i problemi della resurrezione a metà dellincompiuta e che non riguardavano solo il comfort della sala (per il quale si sono trovate soluzioni transitorie e rumorosissime) ma soprattutto il palcoscenico. Gli spettacoli che ho visto al Massimo in questi dieci anni in maggioranza sono stati molto frontali. Si ritagliavano per necessità tecniche (e anche ahimè acustiche) lo spazio tra la metà del palcoscenico e la ribalta, cancellando la sua magnifica profondità (sfruttata soltanto dall"Aida" inaugurale); e impiantare una piattaforma girevole - come nel "Rosenkavalier" - costringeva ad alzare il palcoscenico modificandone prospettiva e pendenza. Lincompiuta ci ha fatto e ci fa attardare nei cambi di scena a mano, e se è vero che ci possiamo deliziare in piena era tecnologica a sentire il battere del martello dietro il sipario; tuttavia per spettacoli particolarmente farraginosi come il "Don Carlo" le attese furono interminabili con grande beneficio dello straordinario. Ecco, lincompiuta non solo limita linvenzione registica e la sua possibile machinerie tecnologica, ma dilata i tempi della rappresentazione, mentre lassenza dei piani mobili costringe a una produttività contenuta. Ciò che in questi anni abbiamo continuato a dire è che la mancata modernizzazione scenotecnica del Massimo ha un costo, una forte riverberazione sul livello artistico, sulla quantità della produzione e incide sul costo del lavoro. Alla boa dei cinque anni riassemblai, ancora una volta su questo giornale, queste argomentazioni sostenendo che il problema del Massimo grazie a Giambrone e Betta non era il contenuto, che, finalmente alla terza stagione dei boys orlandiani, si stava culturalmente attestando, ma rimaneva il contenitore. Lelezione a sindaco di Diego Cammarata, che subentra al commissario Serio, coincide se non erro con larrivo dei fondi di Agenda 2000 per la ristrutturazione del teatro. Cammarata - e bisogna dargliene atto - tenne almeno due conferenze stampa in cui diceva della necessità della rimodernizzazione e modulava i tempi dellintervento assumendo le difficoltà di operare in un teatro aperto e che naturalmente non intendeva chiudere. Ma ascoltando quegli annunci ci ri-colse la sindrome dellodissea nella ragnatela che aveva contraddistinto lepoca del teatro chiuso. Partiamo, stiamo partendo, aspettate che partiamo Silenzio. Improvvisamente nella primavera del 2004, sovrintendente Pietro Carriglio cè una accelerazione. Carriglio rimodula la stagione con la tempistica dettata dagli interventi per il teatro, anticipandone la chiusura ad aprile, cancellando opere, trasferendone la produzione di alcune al Bellini, di altre al teatro della Verdura. Carriglio coglie loccasione di una difficoltà per creare un sistema teatrale che potesse appoggiarsi al Bellini, al Biondo, al Politeama proponendo cioè una sinergia non solo di spazi ma anche di forme dello spettacolo: prosa, lirica, teatro musicale sperimentale. Lambizione del progetto venne confusa con unambizione egemonica personale di Carriglio; lidea poi che il teatro potesse correre il rischio di chiudere evocò le vestali dantan che minacciavano chiunque mai mettesse in dubbio il dogma della sacra riapertura. Insomma la paura di affrontare una nuova articolazione della produzione musicale e teatrale (che ora si fa avanti a Torino e Roma), ma soprattutto quella di non sentirsi allaltezza di lottare contro la ragnatela burocratica, più le beghe sindacali di basso profilo che liquidarono un artista-gentiluomo come Piero Bellugi, portarono alle dimissioni di Carriglio. In quel momento laccelerazione cessò, il neosovrintendente Cognata dichiarò che con lui il teatro non sarebbe mai chiuso, come se fosse questo il punto. Dei fondi nessuna notizia, ma ecco laltro giorno una nuova accelerazione: i fondi ci sono (ma lannuncio data agosto) e bisogna spenderli entro il 2008. Il sovrintendente Cognata in piena solitudine decide che non si può fare. Non possumus. E senza consultare il consiglio come era suo dovere - eppure ha avuto da agosto almeno tre occasioni - manda una lettera al dirigente dei Beni culturali regionali in cui rinuncia, così informano i giornali, al finanziamento. Anziché inventarsi una strategia come aveva tentato Carriglio, Cognata si accontenta e rinuncia: meglio luovo oggi che la gallina domani. Ma questa non è una decisione, semmai è la dimostrazione che il sovrintendente non ha un progetto per il teatro se non quello di affidarsi a una modesta routine. Daltronde una giuria di critici e giornalisti autorevoli formata dalla rivista "Classic voice" classifica la programmazione «sulla carta» del Massimo al nono posto sui tredici disponibili. E i giurati non hanno valutato i vari forfait di cantanti e ballerini nel frattempo registrati! Ma soprattutto Cognata denuncia di avere paura di affrontare la difficoltà della ragnatela per tentare di salvare 13 milioni o giù di lì di Euro. Mi sembra una sconcertante fuga dalla realtà. Non so se sarà possibile riacciuffare i finanziamenti, so come consigliere «non informato» della Fondazione del teatro Massimo che la decisione di Cognata mi sembra a occhio illegittima nella forma e miope nella sostanza. Insomma bisogna voltare pagina. Lautore è componente del consiglio damministrazione del Teatro Massimo
PALERMO. I fondi perduti del Teatro Massimo
Il testo è una lettera aperta al direttore della Repubblica, in cui l'autore esprime la sua preoccupazione per lo stato del Teatro Massimo di Palermo. Il teatro, chiuso per 23 anni, è stato riaperto da Leoluca Orlando, ma la sua resurrezione è stata incomplete e ha comportato problemi di comfort e di palcoscenico. L'autore sostiene che la mancata modernizzazione scenotecnica del teatro ha un impatto negativo sul livello artistico e sulla quantità di produzione. Nel 2004, il sovrintendente Pietro Carriglio ha accelerato la stagione, anticipando la chiusura ad aprile e cancellando opere.
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