Furono chiuse quattro finestre che davano sui giardini e si decise di eliminare un antico camino. Soprattutto, le pareti vennero ricoperte con spessi strati di intonaco rossastro. Delle decorazioni originarie restava soltanto una fascia, quella superiore, che ancor oggi scorre da mezz'altezza nelle pareti, con alcuni ovali e riquadri a soggetto biblico. Due anni fa al Quirinale stavano risistemando l'impianto elettrico e sotto quello strato di gesso spuntarono altri splendidi affreschi. Non erano semplici decorazioni. Aveva coordinato l'opera e tracciato i disegni preparatori un maestro della nostra pittura del Seicento, Pietro da Cortona. Un progetto di Gae Aulenti di riportare tutto alla luce fu accantonato. Adesso la Commissione scientifica che si occupa del patrimonio immobiliare della presidenza della Repubblica ha dato parere positivo a una proposta del Consigliere culturale di Ciampi, Louis Godati; sarà ripristinato lo stato dei luoghi prima dell'occupazione francese, e quel che resta dell'opera realizzata dal cortonese tornerà alla luce. Del resto, Napoleone non vi soggiornò mai. Ma allo scopo di trasformare il palazzo dei papi nella sua reggia, l'architetto Raffaele Stern, una volta passato al servizio dell'imperatore, aveva disposto nel 1812 una profondissima ristrutturazione che ha nascosto ai nostri occhi per quasi due secoli alcune splendide opere d'arte. La Galleria, che s'affacciava sulla piazza del Quirinale, costruita a fine Cinquecento da papa Alessandro VII Chigi veniva spezzata in tre ambienti: la sala Gialla, la sala d'Augusto, la sala degli Ambasciatori. Ed è nella seconda - la cosiddetta Sala del Trono che spesso è usata come locale di rappresentanza per le visite delle delegazioni ufficiali - che in questi giorni una équipe di restauratori della Sovrintendenza lavora sulle pareti. Abbiamo visto la restauratrice Anna Nascetti scrostare con delicatezza prima il vecchio parato, poi una pellicola bianca, ripulire la superficie: è spumata a poco a poco dalla parete del lato della galleria prospiciente la piazza di Monte Cavallo una grande conchiglia ornata da un mascherone barocco con le guance gonfie e i baffi all'insù. «Non speravamo di trovare una figura cosi ben delineata», è il commento emozionato. Il tratto e sicuro e netto. Questo frammento d'affresco monocromo appare completamente recuperabile, e si può, dunque, ben sperare circa la sorte del resto della parete. Sul soggetto non si hanno notizie sicure, mentre sulla parete di fronte è ormai visibile al pubblico tutta la fascia sottostante che per due secoli era stata occultata: i due telamoni che sorreggono il mondo, le false colonne di marmo con venature rossastre, un paesaggio bucolico, alcuni volatili dal piumaggio tropicale che occhieggiano dietro un tronco, il fogliame di una fitta foresta verdeggiante, grappoli d'uva che richiamano elementi araldici della famiglia Chigi. Un'antica cronaca spiega chi fossero gli artisti della bottega di Pietro da Cortona che parteciparono all'opera: «Le figure e altri ornamenti di chiaro scuro che tramezzano l'Istorie suddette furono condotte dai pennelli del Chiari, da Canini, da Cesi, d'Egidio e altri; e li paesi e prospettive con colonne e verdure sono lavori di Giovan Francesco Grimaldi Bolognese e Giovan Paolo Tedesco». Bolognese, Tedesco: insomma, vennero a lavorare al palazzo di papa Alessandro artisti da varie parti d'Italia e d'Europa. Una curiosità. S'era scatenata contro di loro una profonda e diffusa gelosia dì mestiere. Il professor Godart scherza su questo «vizio antico» che funestò tutta la fase dell'assegnazione dei lavori e probabilmente ne accompagnò la realizzazione. Legge un'altra pagina dell'annalistica del periodo: «Il papa scrisse, volle chiamare i pittori più celebri del tempo a far parte dell'impresa, ma non si eseguì il volere del pontefice perché per capriccio di chi aveva la sopraintendenza (cioè Pietro da Cortona, ndr) ne vennero esclusi alcuni che avrebbero meritato la parte dell'impiego e furono posti in opera altri che non ne erano degni, e questi sono gli accidenti che succedono spesso quando si danno queste cure a quelli della professione». Insomma, Pietro fu progettista, artista, appaltatore, direttore dei lavori. E l'accusarono di una sorta di «conflitto d'interessi» ante litteram. Ma effetti e conseguenze negative, per fortuna, non se ne vedono dopo tre secoli: «Gli affreschi scoperti dai nostri restauratori nella Galleria di Alessandro VII sono di straordinaria qualità», assicura Godart, mentre nel palazzo-cantiere del Quirinale proseguono i lavori per portare alla luce altri tesori del passato.