«E' un problema che non riguarda solo i Paesi orientali e tra questi non solo l'Afghanistan. Il traffico illegale di reperti coinvolge ad esempio anche l'Iran, dove c'è una legge a riguardo». Bruno Genito, docente di archeologia dell'Iran all'Università di Napoli, è convinto che l'iniziativa dell'Icom (il Consiglio Internazionale dei Musei) sia un passo avanti, «il catalogo degli oggetti è il primo passo per proteggerli da un commercio illegale». Professore il traffico di reperti archeologici è diventato uno dei business delle guerre, in Afghanistan così come è accaduto in Iraq? «Con la guerra non ci sono controlli, o se ci sono, sono molto rallentati. Non ci sono forze dell'ordine che possono fermare i saccheggi nei musei o nelle zone degli scavi, e in molti Paesi non c'è una protezione legislativa, come invece in Italia e in Europa. In Afghanistan però il traffico illegale di opere d'arte è iniziato molto prima della guerra, dagli Anni Settanta, dall'invasione dell'Unione sovietica. Quando c'è un conflitto, di qualsia-si tipo i controlli si allentano. Poi magari le opere dopo essere state trafugate da mani sicure e anonime "tornano" dopo vent'anni. E' già successo». I vandali e ì saccheggiatori non sono che l'ultimo anello delia catena. «Hanno sicuramente dei mandanti, d'altra parte noi stessi abbiamo cattiva coscienza: i maggiori collezionisti sono occidentali. Zemaryalai Tarzi qualche anno fa mi diceva di dare per scontato che molti reperti afghani fossero nei caveau di banche occidentali. Anche nei musei occidentali più importanti ci sono i pezzi che provengono da "saccheggi legalizzati". Si pensi ai marmi del Partenone, li presero gli inglesi alla fine del 700 inizio dell'800. E ultimamente ci sono state anche richieste di restituzione da parte della Grecia, senza esito». Quindi non c'è molto da stupirsi? «Soprattutto in un Paese come l'Afghanistan così ricco di storia, di tradizioni, e di grandi ricerche archeologiche. E' giusto ricordare però che l'Italia ha avuto un ruolo fondamentale in quel Paese ci sono stati diversi interventi dell'Ismeo adesso Isiao (Istituto italiano per l'Africa e oriente). Ora faticosamente si sta rimettendo insieme una missione archeologica». Qual è secondo lei la difficoltà maggiore da affrontare per impedire il traffico illegale di reperti? «Il grande problema è la conservazione e la catalogazione, se non si conosce un oggetto, la sua storia, è facile che finisca in qualche collezione illegale. Per esempio nella valle di Bamiyan, quella dei Buddha distrutti dai talebani, adesso ci sono capannoni con migliaia di frammenti delle statue. Tutto è conservato in grandi capannoni sotto le grotte, ma c'è il rischio che qualche frammento sparisca, servono fondi per garantire la sicurezza. E' necessario anche un processo di consapevolezza di identità culturale dell'Afghanistan, e soprattutto una legge che protegga le opere d'arte e i ritrovamenti archeologici».
Afganistan. Intervista. II professor Bruno Genito: "Ma i mandanti sono in Occidente"
Il traffico illegale di reperti archeologici è un problema globale che coinvolge molti Paesi, tra cui l'Afghanistan. L'iniziativa dell'Icom (il Consiglio Internazionale dei Musei) per catalogare gli oggetti è un passo avanti per proteggerli da un commercio illegale. Il traffico di reperti archeologici è diventato uno dei business delle guerre, in particolare in Afghanistan e Iraq. La guerra allenta i controlli e i saccheggi nei musei e nelle zone degli scavi sono comuni. In Afghanistan, il traffico illegale di opere d'arte è iniziato negli Anni Settanta, durante l'invasione dell'Unione sovietica.
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