Il professor Andrea Emiliani riprende da oggi la sua collaborazione con il Resto del Carlino La Pinacoteca Nazionale di Bologna, nata dall'Accademia di Belle Arti nel 1808, è stata del tutto restaurata, allestita, consolidata in profondità e dotata di nuovi servizi: e non è detto che questa serie imponente di lavori debba considerarsi chiusa. Il lavoro bellissimo di Cesare Gnudi e di Leone Pancaldi deve continuare. C'è la possibilità che la più grande delle gallerie emiliane possa arricchirsi di nuovi spazi e di servizi ulteriori. E questa è la vera notizia. Basterà in fondo dotare il Gabinetto Disegni e Stampe, già forte per le donazioni di papa Lambertini, dello spazio funzionale per l'eredità Tabarroni migliaia di stampe tra Espressionismo e Novecento in Europa e la bella biblioteca che Alberto Caravelli ha voluto aggiungere alla collezione di sua moglie. Ma sono anche altre le dotazioni che attendono un volume espositivo adeguato: la collezione di sir Denis Mahon , la raccolta del marchese Zambeccari, e altre sequenze storiche oggi sacrificate come quelle degli allievi di Ludovico Carracci, dal Massari al Cavedone e allo Spada. A leggere l'antologia che uno specialista come Attilio Brilli ha voluto donare a Bologna con un atto liberale della Banca dell'Etruria, già intorno al 1820 la Pinacoteca bolognese occupava un ruolo europeo, basta seguire Lady Morgan, una scrittrice di grande finezza. Il primo ammiratore di Raffaello e di Guido Reni, fu nel 1817 Stendhal. Bussava, si faceva aprire dal portiere, andava a far due passi in galleria, ritornava fuori col calar della luce. Il vero problema di allora era l'illuminazione e sull'esempio del Louvre si spendevano molti denari per costruire grandi lucernari nei tetti. La guida di Stendhal era il suo calzolaio, che gli dava informazioni d'arte e indirizzi. La cosa mandava in visibilio lo scrittore. Del resto, già cento anni prima, nel 1729, alcuni bolognesi avevano spiegato a Montesquieu la differenza tra Ludovico Carracci, e quell'Annibale suo cugino che trasferitosi agli ordini del cardinal Farnese, a Roma, aveva «tradito la patria". Era un bel tradimento, nel senso che Bologna ci guadagnò di fama e di prestigio, come ancora illustra la mostra dedicata ad Annibale prima nell'Archiginnasio ed ora a Roma. Tanto bene, poiché al contrario le mostre possono essere celebrazioni futili ed effimere come un luna park. Non c'è che l'imbarazzo della scelta, basta servire in tavola qualche Impressionista, un paio di De Chirico oppure un Nudo polinesiano di Gauguin, ed ecco che l'assessore più affannato vede formarsi la fila del pubblico: la prova reale della conquista del potere e della cassa. Ma questi spettacoli a cosa servono?