Impara l'arte e mettila da parte... Ma che cavolata! L'arte è una delle poche cose che non si può e non si deve accantonare. Scavalca i millenni, attraversa le ere, racconta il mondo da cui proviene. Ci sono intere civiltà di cui resta appena un ossetto graffito, un vasetto sbreccato, un coccetto decorato che certo non era destinato ai posteri. Per cui una società sensata dovrebbe badare a fomentare il più possibile la creatività. Invece oggi, per un malinteso senso di libertà, o di liberismo, malgrado ci sia un formidabile fermento di segni, tutto è affidato al mercato. Che sappiamo quanto possa essere monopolizzato o, peggio, bacato, adulterato, indirizzato a finalità lucrative non sempre positive. Il mercato non è un contenitore super partes, non è uno spazio neutro a cui delegare la cernita fra il buono e il cattivo. La sua iperselettività è dettata da regole che non coincidono sempre con la qualità, ma risentono di strategie speculative in cui il valore artistico è una variabile, l'ultima in ordine di importanza. In cui contano moltissimo le pastette, le marchette, l'adesione strumentale e opportunistica alle etichette più in voga. Dal concettuale al video, dal minima- le al land, dalla body alla bad-art, dal neoselvaggio al digitale, ogni movimento trova il suo momento di ingaggio, assecondando un'anestesia del gusto che sfocia nella letargia. Nella malia dello stile omologato. È la moda che detta legge. E la legge del più forte, attualmente, è in mano agli anglosassoni, tutti gli altri si accodano sperando nelle briciole. Il mercato è una filiera filibustiera, basata esclusivamente su un passaparola, sulla convergenza del giudizio di amici degli amici. Peggio della mafia. Una manciata di persone decide lo scenario. Le arti figurative sono l'unica forma espressiva in cui il pubblico non conta niente. Poggiano su un pubblico pecorone che ubbidisce ciecamente all'input che gli viene dato, un pubblico a cui è negato ogni giudizio, pena l'esecrazione degli addetti ai dolori. Chi ardisse esprimere un'opinione su tutto il ciarpame che ci viene ammannito verrebbe bollato come retrogrado, incapace di apprezzare le raffinate provocazioni di un'estetica sedicente d'avanguardia. In realtà preconfezionata per essere sistemata in quelle potenti vetrine promozionali che sono gli immensi saloni dei musei contemporanei. E i musei sono come le banche svizzere che sbiancano i soldi sporchi, sono in grado di legittimare qualunque immondizia purché avallata da Sua Altezza la Cupola della Critica Consolidata. Sono assai più importanti, dal punto di vista architettonico e scenografico, delle opere che espongono. Bilbao ne è un esempio. Insomma, la cornice prevale sul dipinto, il contenitore sul contenuto, la vernice sulla cervice. Questo è il paradigma dell'enigma. E chi non si sottomette di buon grado viene spazzato via, cancellato. Pochi osano dichiarare che il re è nudo e pure eunuco. Uno che c'è andato giù duro è stato Tom Wolfe in Come ottenere il successo in arte (Allemandi) e più recentemente lo hanno tatto egregiamente Alessandro Dal Lago e Serena Giordano pubblicando un libro che davvero vale la pena leggere, Mercanti d'aura (Il Mulino). Se si vuole una riprova dell'assunto, basta confrontare i prezzi spuntati dai grandi artisti dello strapassato con quelli dei viventi ben supportati. I secondi, di gran lunga, superano i primi: un Sodio su tela di Damien Hirst 1 milione 300 mila euro, mentre un Apollo del Tiepolo 300 mila, tanto per esemplificare (stesso anno, stessa casa d'aste). Non solo, perfino un artista di indiscutibile fama mondiale, se schiatta senza essersi assicurata una cordata interessata, rischia di finire accantonato, sorpassato dal primo Pollock di batteria, dall'ultimo brocco di scuderia. Ma se nel mercato non c'è nulla di oggettivo è inammissibile che non esista una terza forza che si interponga alla violenza dei danari, che non corra in soccorso del più debole, che non decida di svolgere un lavoro di indagine e di protezione dei prodotti artistici. Solo quelli del comparto agroalimentare meritano di essere incoraggiati e difesi dall'aggressione degli affaristi senza scrupoli? Solo il vino, il formaggio, il foraggio doc e dop e igp hanno diritto a un interesse da parte dello Stato contro le manipolazioni, le sopraffazioni, il rischio ogm (organismo gravemente mercificato)? Solamente le caciotte e le salame da sugo possono pretendere l'intervento di un ministero competente che le metta al riparo da una concorrenza sleale e appetente? E non mi si venga a raccontare la favoletta delle biennali e triennali e quadriennali e delle nuove prestigiose sedi espositive comunali, regionali, provinciali. Sono tutte nelle mani dei soliti ammanicati, degli affiliati, dei congregati che si scambiano favori incrociati, che usano gli spazi pubblici per fini personali. Che, con le loro scelte autoreferenziali, invece di incrementare il consumo d'arte portano il deserto nelle cattedrali. E senza che nessuno alzi un dito, chieda un rendiconto, pretenda un'ammenda. In realtà i curatori, i direttori, gli amministratori museali rappresentano un settore a parte, in cui la trasparenza non ha diritto di cittadinanza. René Magritte, sotto la sua celeberrima mela iperrealista-surrealista, scriveva «questa non è una mela". Era una profonda meditazione sul senso della pittura. Ma non aveva ragione solo in termini squisitamente filosofici, era una verità economica. Nel mondo attuale si hanno certamente più sicurezze a coltivare le mele che non a dipingerle.
Vi dico io chi è il killer dell'arte: il mercato
L'arte è una delle poche cose che non si può e non si deve accantonare. Tuttavia, oggi, il mercato è il principale fattore che determina la qualità dell'arte, piuttosto che il valore artistico in sé. I mercanti d'arte utilizzano strategie speculative per aumentare il valore delle opere, piuttosto che valutare la loro qualità. La moda è la legge del mercato, e gli anglosassoni detengono il potere. I musei sono come le banche svizzere, che legittimano le opere d'arte senza valutarne la qualità. La cornice prevale sul dipinto, il contenitore sul contenuto, la vernice sulla cervice. Questo è il paradigma dell'enigma.
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