Sdrucita nella sua fisionomia urbana e culturale, bloccata dallassenza di progettualità, arenata in una marginalità economica che i rapidi processi degli ultimi anni illuminano crudamente. Palermo si è presentata allappuntamento col nuovo secolo in una condizione di stallo determinata non soltanto dallincancrenirsi di mali antichi e dalle scelte sciagurate del secondo dopoguerra, ma anche dal nuovo scenario che la costringe a misurare la sua dimensione periferica da unorbita molto più distante rispetto a quella di soltanto pochi anni fa. Di fronte a questi processi propri della sfera macro economica, è evidente che nessun sindaco, chiunque sarà il vincitore di maggio, possiede la bacchetta magica nonostante la legge per lelezione diretta del '93 abbia investito il primo cittadino - consegnandogli maggiori poteri e una grande visibilità - di una carica fideistica che spesso è andata disattesa. Non a caso questa disillusione è stata più frequente nellultimo quinquennio - da Napoli a Bologna a Milano - , da quando cioè le conseguenze del mondo globalizzato hanno investito più da presso le nostre realtà urbane, divellendo radicate sicurezze identitarie senza che a queste si sia sostituita una nuova e diversa configurazione. Ma perché questo avvenga, occorre almeno una visione della città: una capacità di lettura che tenga conto della complessità urbana, della interazione dei diversi fattori che ne regolano i processi, delle sue prospettive di sviluppo a medio e lungo termine. Lidea fondamentale che la città non è una mera e casuale addizione tra le parti ma una totalità in cui ogni cosa inevitabilmente si tiene, e non si può operare su un settore senza sapere in che modo quellintervento si rifletterà sullintero sistema urbano. In questo senso il quinquennio abbondante della giunta presieduta da Diego Cammarata è stato caratterizzato, piuttosto che da scelte errate, da una assenza di strategia. Un pensiero debole figlio in sedicesimo della stessa tattica adottata dal precedente governo nazionale e quindi attento a non irritare i ceti del proprio consenso elettorale, appagato da una politica dellannuncio spesso indipendente rispetto alle misure reali, velleitario nel procrastinare allalea delle grandi opere ogni provvedimento concreto nel breve e medio periodo. A cominciare dal piano traffico promesso subito dopo linsediamento, in parallelo allo smantellamento delle misure adottate in precedenza, e invece messo da canto in attesa dei tram, della chiusura dellanello ferroviario, dei parcheggi. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti: i cantieri per il tram non sono partiti, i parcheggi realizzati sono periferici, non utilizzati o addirittura mai collaudati, il tracciato ferroviario interno rischia di essere messo definitivamente in soffitta per assenza di fondi. Come finale di partita, davvero un bel bilancio. Una tattica dilatoria, un deficit di visione hanno finito così per accentuare quella disgregazione urbanistica che a sua volta reitera e irrigidisce la disgregazione sociale. E successo per il centro storico, dove il proliferare di strutture alberghiere a cinque stelle non può nascondere lassenza della semplicissima manutenzione ordinaria (la condizione delle strade, la raccolta dei rifiuti, luoghi come piazza Bologni e piazza San Domenico che altrove sarebbe altrettante carte de visite utilizzate giorno e notte come parcheggi) e, soprattutto, di una politica dei servizi che è condizione essenziale perché la città antica torni a vivere aldilà dei fuochi fatui delle kermesse estive. Per le periferie in abbandono (come ammesso da alcuni esponenti della stessa maggioranza), a cui sono state persino tagliate le corse dellAmat con il risultato di aggravarne ulteriormente lisolamento. Per il lungomare, attestato sulla operazione del porticciolo di SantErasmo senza che siano stati pianificati operativamente tempi e modi delle operazioni di bonifica della zona dellOreto e della costa. Per la mobilità urbana, che ha adottato un laissez faire per le auto private (e una parallela penalizzazione del servizio pubblico) che non ha eguali in tutta Italia, con un inquinamento che mette in pericolo la salute dei cittadini e corrode implacabilmente chiese e palazzi storici. Per il verde pubblico, con lunico grande polmone della città, il parco della Favorita, ostinatamente tenuto aperto al traffico veicolare quando sarebbe semplicissimo (e poco costoso) recuperarlo a una fruizione diversa chiudendo viale Ercole invece di annunciare un tunnel per il quale non esistono neppure gli studi di fattibilità. Figuriamoci le risorse. In verità loccasione per ripensare la città e la sua possibile identità futura - almeno sotto il profilo urbanistico - si è presentata in occasione del nuovo Piano regolatore generale in sostituzione di quello sciagurato del 1962 che legittimava il sacco speculativo dellassalto mafioso. Ma quel possibile passaggio di svolta è andato perduto nelle diverse fasi della sua approvazione, al punto che uno degli artefici, Pier Luigi Cervellati, ne ha pubblicamente negato la paternità ritenendo che la veste finale consegnava alla prassi dei prossimi decenni un disegno irriconoscibile rispetto a quello ipotizzato in sede di progettazione. Quel Piano forniva delle indicazioni importanti, tra le quali la destinazione a parco dei giardini residui di Ciaculli e della Piana dei Colli che avrebbe potuto svolgere un ruolo importante nel recupero di quelle periferie. La speculazione dilagante a macchia dolio e la decisione del Consiglio comunale di favorire linsediamento di grandi centri commerciali hanno disatteso le previsioni del Prg. Eppure forse è proprio dagli stretti margini di manovra nonostante tutto ancora consentiti dal nuovo Piano regolatore (non a caso spesso aggirato da operazioni urbanistiche in deroga) che è possibile individuare delle linee dazione per i prossimi anni che non si accontentino di un semplice restyling. Ricominciando a leggere delle linee guida che leghino centro città e borgate, strutture sociali e trasporti, aree ricreative e culturali e zone residenziali in un disegno il più possibile coeso e unitario. Senza illusioni, ma con la consapevolezza che il tempo a disposizione per bloccare la deriva non è illimitato.