Un ragazzone tutto muscoli compie 500 anni e per l'occasione le sue tutrici decidono di dargli una ripulita. Causando un putiferio. Succede a Firenze, alla Galleria dell'Accademia. Dove è custodita la statua più famosa del mondo, il David in marmo che Michelangelo scolpì tra il 1501 e il 1504 per l'Opera del Duomo. «Non gli faremo neppure una doccia, ma una serie di impacchi leggerissimi di acqua bidistillata. Senza sostanze chimiche. Si tratta di un intervento blando che non comporta alcun rischio per l'opera. Ci marcherebbe». A rassicurare gli appassionati d'arte è Cinzia Parnigoni, la restauratrice che da settembre dedicherà le sue giornate (e le sue notti) a togliere al David la polvere di oltre 150 anni, le croste nere che si sono depositate dentro le orecchie, sotto i capelli, i genitali e a eliminare alcune gocce di cera. «Nessuna paura», le fa eco Franca Falletti, direttrice della Galleria. «Non vedrete una statua "bianca che più bianca non si può". Non vogliamo e non possiamo togliere certi segni del tempo e la nostra preoccupazione è solo quella di eliminare residui che sono nocivi. E che rendono il David meno bello. Non ci vergogniamo di dirlo: l'intervento è conservativo ed estetico al tempo stesso. Perché non dovremmo togliere tracce che imbruttiscono un'opera d'arte, che la rendono meno leggibile?». Insomma sarà come lavare un bambino che non ama l'acqua e non la usa da molto tempo. Ed è proprio l'acqua ad aver scatenato le polemiche attorno a questa pulitura, fin da aprile. Quando la restauratrice che aveva ricevuto nel 2002 l'incarico di realizzarla se n'è andata, in disaccordo con il metodo indicato dalla Soprintendenza e dall'Opificio delle pietre dure. Agnese Parronchi, figlia del grande michelangiolista Alessandro, preferiva il sistema a secco, con pennelli, gomma da cancellare e pelli di daino, che riteneva meno aggressivo. E qui sta il punto. Perché Antonio Paolucci, soprintendente del polo museale fiorentino, Franca Falletti e Agnese Acidini, soprintendente dell'Opificio delle Pietre dure, sono convinti del contrario. «Paragoniamo la pelle marmorea del David a quella umana», dice la Falletti. «Qualunque donna capisce che passare sul viso un pennello morbidissimo significa comunque strofinare e compiere un'azione abrasiva, di sicuro più irritante che non appoggiarci un panno umido o del cotone imbevuto in acqua, per pochi minuti. Non solo. Il pennello non fa che ridistribuire la polvere sulla superficie, senza toglierla». La polemica è montata nelle ultime settimane, dopo l'appello che 40 studiosi di tutto il mondo hanno indirizzato al ministro per i Beni Culturali, Giuliano Urbani. A guidarli è il critico d'arte americano James Beck, già schierato in passato contro i restauri di altri capolavori italiani: non toccate il David, è il succo del documento, non ne ha bisogno e il metodo scelto può solo danneggiarlo. Apriti cielo. Paolucci difende le scelte fatte e risponde per le rime. La stampa anglosassone cavalca la polemica e attacca i vertici fiorentini. La Acidini, il cui istituto ha partecipato alla lunga fase di studio e indicato il metodo da seguire per la pulitura, difende su un quotidiano la strada scelta. Deve intervenire il ministro Urbani, che da ragione alla Soprintendenza: si ricomincia a settembre. «È stato fatto un polverone per un intervento di routine, usato spessissimo su altre opere senza che alcuno abbia avuto alcunché da ridire», continua Falletti. «Basta pensare alla Pietà Rondanini di Milano, che lo sta affrontando sotto gli occhi dei visitatori. Nessuno ha protestato. Lo stesso vale per i Prigioni di Michelangelo, che sono qui alla Galleria, già puliti dalla stessa Parnigoni col metodo ad acqua». E sottolinea che la decisione sulla tecnica da seguire è solo l'ultima fase di uno studio dell'opera durato 11 anni, alla quale hanno partecipato l'Opificio, il Cnr, atenei italiani e statunitensi, l'Enea, l'Istituto nazionale di ottica applicata, il Centro ricerche Fiat. Un lavoro che ha prodotto tanto materiale documentale: il David è stato analizzato millimetro per millimetro. E le analisi hanno messo in luce la presenza di sostanze che a lungo andare possono nuocergli. «Non è in una situazione di emergenza, ma abbiamo pensato che fosse il caso di eliminare gli agenti inquinanti che si sono depositati su di lui, primo fra tutti il gesso». Che può cristallizzare e aumentare di volume, provocando la rottura del marmo che lo circonda. Dal 1504 al 1873, quando è stata portata nella Galleria dell'Accademia, l'opera è sempre stata all'esterno, in Piazza della Signoria. E l'ultima volta che è stata pulita, con sostanze aggressive, risale al 1843. In quell'occasione è stata tolta la protezione di cera che le era stata data 30 anni prima. «Togliere la cera ha rappresentato un danno per la statua», spiega ancora Franca Falletti, «non solo per il metodo usato, ma anche perché per 30 anni è stata esposta alle intemperie senza protezione. La pioggia, di per sé, non o pericolosa. Lo sono le sostanze che trascina. E a metà '800 Firenze era inquinatissima, per via del carbone, usato come combustibile. Questo spiega le croste nere, che la restauratrice eliminerà con resine a scambio ionico. Queste sono sostanze chimiche, ma interessano una parte ridottissima della statua ed erano state accettate anche dalla precedente restauratrice. Non si interverrà, invece, sui depositi di cera che sono rimasti e penetrati nel corpo del David: sono invisibili a occhio nudo, non sono un pericolo per la statua, visto che erano una protezione e non si sciolgono con l'acqua. Toglieremo invece, prima con un bisturi, poi con essenza di petrolio, le poche gocce di cera (6 o 7) che hanno uno spessore e che sono nella zona bassa dell'opera. Forse sono cadute da una torcia tenuta accesa vicino al David durante un avvenimento notturno». Ma come procederà Cinzia Parnigoni? Durante il giorno lavorerà sul retro della statua, in modo da non impedire ai visitatori di vederla, dedicandosi al resto nelle ore serali, dopo la chiusura. Il suo compito consisterà nel fare impacchi di acqua bidistillata sul marmo per quindici-venti minuti. «È come usare la carta assorbente. Il materiale imbevuto non lascia penetrare l'acqua nel marmo, ma la risucchia subito portandosi via gli agenti inquinanti, in particolare il gesso, solubile in acqua. Il metodo permette di calibrare l'azione a seconda delle zone, usando più o meno liquido e prolungando l'impacco per più o meno tempo», spiega Franca Falletti. Particolare attenzione verrà fatta al momento di affrontare il braccio sinistro, che era stato rotto nel 1527 e stuccato. Per non sciogliere lo stucco, che è a base di gesso, si procederà con pochissima acqua e con tamponcini di cotone idrofilo. La fine dei lavori è prevista per la primavera prossima, in tempo per il 500 compleanno del David, l'8 settembre. A festeggiare ci saranno anche due fondazioni non profit, che hanno finanziato il lavoro: Ars Longa Stiching, olandese, che ha versato i 165 mila euro necessari alla pulizia, e i Friends of Florence, di cui sono membri Sting e Mel Gibson, che hanno donato i 200 mila euro necessari alle indagini sul David, alla realizzazione del dvd e del sito web che mostrerà le fasi del lavoro. Sempre gli amici di Firenze hanno finanziato i restauri dei 22 dipinti che circondano la statua di Michelangelo.
Oggi
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Silvia Casanova
Oggi
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Bene culturale
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