"Salvate il nostro prato verde" la rivolta delle suore di clausura VITTORIO veneto - Le "suore verdi" sono 33 combattive monache di clausura che abitano le celle del monastero cistercense di San Giacomo di Veglia, alle porte di Vittorio Veneto, provincia di Treviso. Due splendide barchesse simmetriche, tipiche delle ville venete del Settecento, una di fronte allaltra, in mezzo una vigna di prosecco e un rigoglioso orto di campagna. Le silenziose, invisibili monache, hanno deciso per la prima volta nella loro vita di uscire allo scoperto e alzare la voce in difesa di questo magico sito, minacciato dalla speculazione edilizia. Una colata di cemento che la giunta leghista del paese, capitanata dal sindaco Giancarlo Scattà, intende versare tutto intorno per realizzare prima una palestra e una scuola e poi edifici residenziali e centri commerciali, sul grande storico brolo, limmenso prato di sei ettari che confina col monastero, un tempo parte integrante della villa. Per combattere la battaglia ambientalista e difendere la quiete indispensabile alla loro vita di preghiera, ma anche a chi è alla ricerca di unoasi di pace e di raccoglimento, le monache hanno appena fatto votare in massa ai fedeli lantico brolo del monastero come primo "Luogo del cuore del Fai", il Fondo per lambiente italiano. E raccolto la bellezza di 13.060 segnalazioni di cittadini. Un semplice prato verde è diventato così un simbolo dellItalia da salvare. Mentre la battaglia legale continua con un ricorso al Tar per bloccare tutti i progetti edilizi sulla zona. La madre superiora, suor Maria Rosaria Saccol, 78 anni, originaria del vicino paese di Moriago della Battaglia racconta nei dettagli la dura vita monastica di clausura, fatta di preghiera e lavoro. Lo fa per illustrare quale prezioso bene culturale rischia di scomparire per sempre. «Ci alziamo tutte le mattine alle cinque per il mattutino. E la prima preghiera della giornata, quella con cui ci rivolgiamo al Signore per il bene di tutta lumanità. Lumanità che ancora dorme e in qualche caso è già in piedi per lavorare. Cantiamo i salmi, meditiamo, ascoltiamo la lectio divina». Seguono lavori nelle officine del monastero: la confezione delle particole, il restauro del ricamo, la pittura di icone sacre, la confezione di biancheria, la stireria. E poi la cura dellorto e della vigna. «Produciamo anche il vino, che però non mettiamo in vendita». Dopo mangiato è il momento dei lavori comuni, «quelli che si fanno in tutte le case». Dopo unora di ritiro nelle celle, alle 14,20 suona di nuovo la campana che chiama al lavoro, fino alle 16,30. E il momento del canto dellora di nona, seguito dalla recita del rosario. Alle 18 la santa messa conventuale nella cappella del monastero. Seguita dal canto dei vespri. La cena, in silenzio, è alle 19,30. «La televisione per noi proprio non esiste - racconta col sorriso la madre superiora. - A cena ascoltiamo una lettrice, a turno, leggere un libro. Adesso stiamo leggendo quello di Stanislao Dziwsz, il segretario del Papa, Una vita con Karol». Mezzora di ricreazione arriva finalmente anche per le suore di clausura, ogni giorno, tra le 20,15 e le 20,45. E in questo spazio di tempo che è nata la decisione di dare battaglia in difesa del brolo. E pubblicare sul giornalino redatto allinterno del monastero la scheda per votare i luoghi del cuore del Fai. Alle nove di sera la giornata finisce e le monache si ritirano nelle cella. «Se difendiamo il brolo è perché vogliamo salvare la nostra identità, la nostra vita, che richiede una certa separazione dal mondo esterno. Siamo disposte perfino a comprare il prato al Comune, che è lattuale proprietario. Ma, per adesso, non ce lo vogliono vendere».